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Sussurri e grida dello scrittore più in voga negli States

Da molti ritenuto il caposcuola del postmoderno in America, attraverso i suoi romanzi ha offerto un labirintico affresco della nazione statunitense con la sua coscienza collettiva e individuale che divora immagini e linguaggi diversi come una babelica biblioteca incastonata fra misteri, complotti, orditi, che tanto spesso presentano ferite non facilmente rimarginabili, ben compreso quel rituale del football americano celebrato nel suo primo romanzo del 1973, «Meta». L'anno dopo Don rivolse la sua attenzione alla musica rock, altro rituale esclusivo, in «Great Jones Street», senza trascurare, otto anni dopo, l'intrigo politico in «I nomi», le ideologie e il massacro ecologico in «Rumore bianco». Negli anni Ottanta e Novanta si lasciò suggestionare da altri due forti stimoli traumatici, l'assassinio del presidente Kennedy in «Libra» del 1988 e il maoismo terrorista in «Mao II» del 1991. Tutti testi saldati fra loro da una forte unitarietà stilistica, rapida e scattante, trapunta di un periodare breve ed efficace, che ha fatto storcere la bocca a non pochi critici tradizionalisti, ma che indubbiamente possiede un suo bel potere di fascinazione. Ha vinto quasi tutto quanto è oggi a disposizione nella geografia dei premi letterari d'America, dal National Book Award al Pen Faulkner Award for Fiction, al The Jerusalem Prize.

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