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Al Sud non lavorare fa più male



LA DISOCCUPAZIONE. Vissuta e patita in un paesino del Sud, fra i monti. Lì tutti, uomini e donne, lavorano in una fabbrica di pneumatici gestita da una multinazionale americana, incuranti, dato il bisogno, dei rischi cui via via soggiaciono molti operai a causa di esalazioni venefiche. Un giorno, però, la fabbrica chiude e comincia l'agitazione sindacale, seguita prima dall'occupazione poi da un viaggio negli Stati Uniti con una delegazione che però non darà risultati.
In mezzo, alcuni casi singoli. Quello di Antonio, che legato a una collega andata a lavorare a Milano, vorrebbe farla tornare per rifarsi una vita con lei. Quello di Salvatore, il sindacalista, diviso fra il suo impegno sociale e vari contrasti in famiglia. Quello di Mario, il più giovane fra loro, subito pronto a organizzarsi con un lavoro alternativo.
La sceneggiatura di Domenico Starnone, collaboratore da anni di Daniele Luchetti, di Michele Placido e di Sergio Rubini, ha tentato di tenere in equilibrio i problemi privati dei protagonisti con la situazione professionale in cui finivano coinvolti. V'è riuscita, però, solo in parte: con un certo disordine narrativo e una episodica che, pur dando qua e là il dovuto rilievo alle psicologie, sfiora il bozzettismo. Vi fa fronte, con qualche risultato, la regia di Riccardo Milani («Auguri professore», «La guerra degli Antò»), ma soprattutto convince quando si impegna con gli attori, tutti di vaglia. Da Silvio Orlando, il protagonista, a Michele Placido, il sindacalista, a Claudio Santamaria, quello che opterà per soluzioni alternative, Paola Cortellesi la figura femminile che meglio spicca nel coro.
G. L. R.

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