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di ENRICO CAVALLOTTI L'ESTETICA ha per oggetto il «Bello» artistico.

Ma la realtà nella quale viviamo mette in dubbio quella definizione, ovvero la rende inattuale: non rispondente al mondo dell'arte contemporanea. Il concetto di «Bello» non ha piú significato né valenza operativa in quanto inerisce ad un passato privo di correlazione col presente. Sino alla fine dell'Ottocento è stato lecito parlare del «Bello».
L'arte non può non rispecchiare il presente donde sorge: il presente nella sua dimensione sociale, morale, culturale, religiosa, economica. Vero è che l'opera d'arte è parto dell'artista, il quale trae dal proprio intimo materia e forma estetiche in un giuoco della fantasia all'apparenza libero e kantianamente disinteressato. Ma è l'artista stesso ad essere espressione del proprio tempo; prodotto dell'ambiente che lo condiziona e lo guida nei modi dell'intuizione poetica e del pronunciamento estetico. Un uomo è un artista ove la sua tensione poetica afferri il senso del presente in cui opera e cui s'accorda. Michelangelo fu artista del Rinascimento, ma nessuno può assicurarci che avrebbe palesato pari possanza di genialità nella Rinascenza carolingia o nella civiltà post-industriale. Probabilmente no. Come potrebbe Mozart, nella cupa follia odierna, esser Mozart? Il genio non è assoluto ma affatto relativo alla dimensione storica e sociale in cui s'invera ed esplica.
Ebbene, il concetto di «Bello», coltivato in un arco di circa ventitrè secoli (s'intenda dal Classicismo greco alla «Romantik»), si è destrutturato in modo definitivo intorno alla prima metà del Novecento. Molteplici e complesse le ragioni di quest'evento clamoroso e rivoluzionario. Ci limiteremo ad osservare che la prima, e precipua, s'identifica col crepuscolo della civiltà e dell'uomo occidentali, che il concetto di «Bello» avevano conformato agli ideali dello spirito, o, in un'accezione piú lata, alla «Weltanschauung» - che li agitavano. Dopo due millenni è esplosa nel ventesimo secolo una nuova barbarie: la Storia è parsa arrestarsi e regredire a stadî d'inusitata e bestiale violenza, di là dalle abbaglianti malíe del progresso tecnologico e scientifico. Immani conflitti bellici, genocidî, scellerate dittature, regimi liberticidi, turpi costumi, dissennato predominio dell'interesse economico su gli ideali dello spirito cosí accartocciato, il concubinaggio con un'industria culturale che ha imposto il proprio meschino tornaconto, i massmedia in funzione di persuasori occulti delle coscienze, la stessa riflessione filosofica rotta in una parcellizzazione caotica: tutto ciò, a tacer d'altro, hanno precipitato l'arte e la sua speculazione teoretica in un disastro dalle proporzioni inaudite. Non sarà del tutto paradossale asserire che il Novecento, stagione nefasta quant'altre mai, ha presieduto anche alla «morte» dell'arte.
In verità, l'arte non è morta (già che risponde ad un'urgenza perenne ed ineludibile dello spirito), bensí ha metamorfosato il suo ideale, il concetto di «Bello», nel suo contrario. Non è stata una scelta libera ma un procedimento imposto dalla stretta connessione, cui s'accennava sopra, fra arte e mondo, fra artista e società. Il rovello e lo smarrimento che sollevano l'opera d'arte attuale costituiscono lo specchio immisericordioso dell'angoscia della nostra civiltà agonizzante. Nel nostro tempo non può piú danzare il «Bello»: l'opera d'arte che ancora mirasse ad esso non potrebbe non risultare intollerabile affettazione, o escamotage accademico o pattume commerciale. Oggi l'arte è consentita soltanto nel segno della sua negazione beffarda. Il prodotto d'un artista, se è opera d'arte, è poesia tribolosa, dalla forma franta, dai contenuti disperati, dalla voce deturpata. Al «Bello» è succeduto il «Brutto». L'arte, incolpevole, ne è condotta.
Aleggiano sovente querimonie di tal sòrta: «Questo quadro, questa musica, questi versi, non riesco a capirli. Che cosa significano?». Interrogativi insensati. Non c'è nulla da capire. O meglio, sotto quel «Brutto» che patisce una condizione tragi

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