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di TIBERIA DE MATTEIS SMENTIRE il pregiudizio dell'attaccamento al denaro del popolo ebraico ...

La meravigliosa cantante Lee Colbert, due attori e un'orchestra alternativa, disposta anche a incarnare i ruoli di alcuni contabili, saranno accanto al protagonista in un allestimento che contamina canzoni, musiche, riflessioni, witz, danze e citazioni letterarie come è nello stile di un artista che sa mettere il suo talento affabulatorio al servizio di una spiritualità senza tempo e in quanto tale attualissima.
Ovadia, come nasce l'idea dell'avidità dell'ebreo?
«Non c'è nessuna propensione naturale per il denaro in un popolo dedito principalmente allo studio e sempre lontano dalle questioni economiche. Si tratta di un mito nato con la persecuzione antisemita per chiari intenti diffamatori. La ragione che spesso ha indotto gli ebrei a privilegiare la liquidità è la medesima che ha alimentato una tradizione di violinisti. Quando a Rubinstein fu chiesto come mai ci fossero pochi pianisti ebrei, rispose: "Ha mai provato a fuggire con un pianoforte?". La condizione di transfughi non consente di accedere alla proprietà immobiliare e la diaspora rende necessario munirsi di contante, un bene cruciale per ogni viaggio per la sua natura circolante e volatile».
Il denaro è la fonte di ogni male?
«Assolutamente no. È un'altra banalità che lo spettacolo desidera nullificare. Il denaro non è perverso, ma serve come una cartina di tornasole per verificare il rapporto con se stessi e con gli altri. Una storiella ebraica suggerisce un metodo infallibile per liberarsi delle persone che ci infastidiscono: "Se sono poveri presta loro dei soldi, non li rivedrai più. Se sono ricchi chiedi loro un prestito, non li rivedrai più". Quando si affronta un momento di disagio economico si trovano solo poche persone disposte ad aiutarci ed è lì che si riconoscono i veri amici».
Quali suggerimenti offre la sua rappresentazione?
«Esistono due modalità per definire il denaro in ebraico: una è "argento" come nella lingua francese, l'altra è "damim" che è il plurale di sangue. Se la circolazione funziona è garantita la salute, ma se il sangue ristagna o viene sparso c'è la morte. È una giusta metafora per capire che se il denaro scorre fino alle periferie sociali ci sarà un paese rigoglioso, ma se c'è una concentrazione si produrrà una cancrena».
E il suo banchiere come agisce?
«È condannato a peregrinare in quanto ha presieduto alla raccolta di fondi per l'erezione del vitello d'oro idolatrico, ma ha ormai compreso che non importa essere ricchi o poveri perché contano soltanto le relazioni instaurate con la vita e con il mondo. Il suo alter ego e rivale, invece, è un capitalista di rapina che vuole i soldi e basta».
Ci sono riferimenti all'oggi?
«Uso la cifra ebraica per segnalare l'atteggiamento denigratorio che ancora sussiste. Basti pensare al caso di Paolo Mieli che l'ha riproposto di recente. Ci sono ricchezze finanziare ben maggiori di quelle ebraiche come l'immenso fiume di dollari di chi possiede il petrolio o le banche americane protestanti. Bill Gates e Berlusconi, per esempio, non sono ebrei. Nel finale c'è una litania luttuosa contro gli sprechi che parte da un salmo di Davide contro gli idolatri, passa attraverso la Quinta di Mahler e si chiude su un lamento per i crimini commessi in nome del denaro. Con i soldi che spendiamo soltanto per i gelati o per i cosmetici potremmo sanare i debiti del Terzo Mondo e combattere la guerra contro la fame, l'unica degna di questo nome».

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