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di DINA D'ISA NELLA ricca periferia di Ferrara e in un weekend come tanti altri, si ...

È questo il ritratto che il regista Stefano Incerti dipinge nel suo ultimo film, intitolato «La vita come viene», prodotto da Vittorio Cecchi Gori, distribuito da Medusa e dal 9 maggio finalmente nei cinema, essendo stato ultimato ben due anni fa. Per quest'opera corale, Incerti ha scelto un cast straordinario di affermati attori italiani, come Valeria Bruni Tedeschi, Alessandro Haber, Stefania Sandrelli, Lorenza Indovina, Stefania Rocca, Tony Musante, Claudio Santamaria, Maddalena Maggi, Alberto Gimignani e molti altri.
«La mia storia parla di sogni delusi, della voglia di speranza, di periodi di crisi e di personaggi colti nei loro momenti più difficili - ha raccontato il regista, ieri all'hotel St. Regis di Roma, accanto ad alcuni attori del film - e in questi frangenti, l'amore diventa spesso la soluzione a molti problemi. Ferrara è il simbolo della città borghese, dove ho diretto undici attori principali, ma ognuno fa parte di uno stesso personaggio che vive un'emozione unica, alla ricerca del senso della vita. Anche nei matrimoni ho voluto mettere in luce un elemento di dissidio, dove le donne appaiono più sagge e affidabili dei loro compagni».
Da questo mondo femminile emergono tre singolari personaggi: Giorgia, interpretata dalla Rocca, Laura (Lorenza Indovina) e Fiorella (Maddalena Maggi). «Giorgia è una hostess, sposata con un dentista, costretta ad inseguire gli infantilismi del marito e ossessionata sia dalla paura di essere tradita sia dal desiderio di una maternità che, nei suoi sogni, potrebbe riportare il compagno con i piedi per terra», ha spiegato la Rocca. Mentre «Laura è una donna poetica, innamorata di una sua amica (Bruni Tedeschi), a tal punto da non riuscire nemmeno a sfiorarla. Peccato, perché mi sarebbe piaciuto baciare un'attrice bella come Valeria», ha aggiunto a sorpresa la Indovina. Fiorella è invece «una moglie che ha desideri molto piccoli - ha detto la Maggi - si attacca ai piaceri discreti della quotidianità domestica e fa parte della categoria dei nuovi poveri, quelli che oggi faticano a trovare una loro identità».
Oltre al personaggio di Tony Musante che torna a commuovere, nei panni di un professore di teologia malato cronico, spicca tra gli attori il ruolo di Haber, che recita la parte di un padre: «Nel film, mio figlio è affetto da un disturbo ossessivo e autolesionista che potrebbe condurlo al suicidio in ogni momento. Ogni partenza dell'uomo, per seguire le torneé della sua band, si tasforma in motivo di preoccupazione, al punto che il musicista pensa di lasciare il lavoro per salvare il figlio. Non sono mai stato padre e non mi sento mai appagato, ma credo che solo per un figlio potrei abbandonare la mia carriera: non certo per una donna o per i soldi. È grande chi riesce a dare la possibilità ad un ragazzo di farsi strada nella vita. Qusto film è ricco di poesia: sembra di entrare dal buco della serratura per vedere le cose. Finalmente, anche in Italia, da qualche anno, si producono storie di qualità come questa».

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