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di MARIO BERNARDI GUARDI NON occorre scavar molto nei ricordi liceali per ritrovare l'antico ...

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«La sera fiesolana» è una delle liriche più note dell'«Alcyone» di Gabriele D'Annunzio. Il poeta è appena all'inizio del suo viaggio nella "grande estate" toscana, dalle ondulate colline di Fiesole al profumato mare di Versilia; e si abbandona insieme alla sua donna alle suggestioni della natura che modella il paesaggio lunare. Una fascinazione lunga un secolo: tanti sono gli anni delle «Laudi», tale è la loro perenne giovinezza. Il primo libro di questo sogno visivo e canoro - che è però anche cronaca, biografia dannunziana, in ossequio allo stretto legame tra vita e opera d'arte - appare infatti nel maggio del 1903. È intitolato a «Maia», una stella della costellazione delle Pleiadi.
Come «Elettra» ed «Alcyone» che escono nel dicembre di quello stesso anno. Sette libri di «Laudi»(«del cielo, del mare, della terra e degli eroi») erano nel progetto del Vate: ma ne sarebbero stati pubblicati solo altri due. «Merope» esce nel 1912 e raccoglie poesie dedicate all'eroismo italiano in terra di Libia; «Asterope» (ma il titolo che prevale è «Canti della guerra latina») appare nel 1933 ed è un inno a quel combattentismo di cui D'Annunzio si era fatto alfiere nella Prima Guerra Mondiale.
Ma, come universalmente e giustamente riconosciuto, il D'Annunzio "in stato di grazia" è quello delle prime raccolte. In «Maia» c'è il racconto del viaggio in Grecia che lo scrittore aveva compiuto nel 1895 con l'amico Edoardo Scarfoglio: tutto, però, nei luoghi dell'«Ellade santa» - Itaca, Olimpia, Delfi, Atene, Delo - si trasfigura nel mito; nei vagabondaggi dell'Ulisse - superuomo alla ricerca dei valori pagani smarriti tra le profane sconcezze della modernità; nel ritrovato culto di Pan e di Dioniso, all'insegna dell'ebbrezza intellettuale e della libera sensualità.
Anche «Elettra» freme di espansione vitale: l'entusiasmo dannunziano ripercorre stagioni cariche di gloria, desideroso di una azione rinnovatrice. La celebrazione degli eroi (Garibaldi) si accompagna a quella dei grandi artisti (Leonardo) e di quei pensatori che sono capaci di immense creazioni proprio perché non hanno esitato a distruggere: come Federico Nietzsche. Il "padre" di Zarathustra era morto a Weimar, chiuso nella sua follia, il 25 agosto del 1900: ed a lui D'Annunzio dedica l'ode «Per la morte di un Distruttore», rivendicandone il folgorante messaggio profetico. Del resto, il Vate se ne sentiva erede: era stato lui a "presentare" il filosofo ai lettori italiani con un articolo apparso sul Mattino di Edoardo Scarfoglio il 25 settembre 1892 e intitolato «La bestia elettiva».
E, poi, «Alcyone». Lo spazio sacro dell'arte dannunziana? Il luogo eletto della sua invenzione poetica? La prova più alta delle sue capacità mimetiche e metamorfiche? In molti lo sostengono: ed è indubbio che mai come in «Alcyone» la parola dannunziana possiede le cose, conquista la natura, ne percorre ogni fibra, diventa immagine e mistero, entra dentro ciò che è tangibile per trarne fuori le cifre più segrete. Se, come scriveva Nietzsche, «anche lo spirito ha il suo corpo», la poesia dell'«Alcyone» è forma su cui far scorrere le dita e, al tempo stesso, intuizione, idea, impalpabile "aria". I corpi, rinnovati dal contatto magico con la natura, si offrono agli "elementi", panicamente mescolandosi all'aria, all'acqua, alle piante.

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