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di NANTAS SALVALAGGIO MILANO ha detto addio alla donna più potente e misteriosa della città, Anna Bonomi Bolchini.


Secondo tradizione, ora i giornali faranno spreco di iperboli; diranno che davanti a lei la tremava tutta Milano; che annusava un affare cinque minuti prima di chiunque; che perfino Creso, al suo confronto, era un dilettante. A me pare bastino due dettagli per indicare la sua originalità: 1) Nelle osterie del Giambellino il re di denari aveva il suo nome, Anna.
2) Era così temuta dagli amici (rari) che non è filtrata voce sulla sua morte. Gli eredi l'hanno comunicata, ma a funerali conclusi.
Se questo breve ritratto fosse affidato a Honoré de Balzac, Anna Bonomi avrebbe semplicemente ciò che merita un personaggio «larger than life», più grande del reale. Nella sua travagliata esistenza, ci sono tante vite insieme, una dentro l'altra, come le matrioske russe. Ha avuto un'infanzia miserabile, nella bicocca di un falegname; e un'improvvisa agiatezza a 16 anni, nella villa di lusso che le donò il padre naturale.
In prima elementare portava a scuola mezza mela: era la sua merenda. A quarant'anni i medici le imposero una dieta stretta, dovette rinunciare ai pranzi del Savini e ai vini prelibati che produceva la sua azienda agricola (Sella & Mosca). In seconda elementare, una mano anonima le infilò un biglietto nel sussidiario: «Bastarda!». Fu il suo primo dolore vero, un colpo al cuore; capì che il buon falegname era sono un padre-schermo.
Il padre vero era Carlo Bonomi, che con i fratelli Angelo e Vittorio aveva rafforzato un impero edile che risaliva alla metà dell'Ottocento. Carlo non perde mai di vista la «dolcissima Anna», e provvede a tutto ciò che le serve.
La manda a scuola dalle Marcelline, dove Anna studia le lingue e ricama al tombolo. Ma è talmente bella, con quegli occhi grigio-acciaio, che a soli diciott'anni viene condotta all'altare da Dino Campanini, uno «scapolo d'oro», figlio di un celebre architetto liberty.
Ma Anna non è la «siura» che si contenta del palco alla Scala e dei gioielli di Cartier. Nella primavera del '40, quando l'Italia sta scivolando nel baratro della guerra, Anna incoccia in un nuovo colpo di fortuna: eredita 154 palazzi della Milano centro, fra la Stazione e piazza Cinque Giornate. Ma a quel punto vuole le mani libere: divorzia dallo sposo «liberty», dal quale ha avuto tre figli, e con la benedizione della Sacra Rota si unisce in abito bianco con l'avvocato Giuseppe Bolchini.
Se pensate che adesso Anna tirerà i remi in barca, non capite niente di lei. Dopo aver affidato i figli alle nurse inglesi, assume la presidenza della Beni Immobili Italia.
Costruisce il grattacielo Pirelli, e la prima città satellite, Milano San Felice. Rimodella i più famosi edifici, come la Montecatini e la Banca Nazionale del lavoro. Ma la sua brama di potere, oltre che di dané, non ha confini: apre cantieri in Messico, a Parigi e nella snobbissima Montecarlo, dove è accolta come una regina. Per i maliziosi, è «il vero uomo della finanza meneghina».
Diversificare: questo verbo che diventerà logoro nelle pagine finanziarie degli anni Ottanta, lei lo scopre al principio dei Sessanta. Dal mattone, passa al Postal Market (le vendite per corrispondenza) che copia dagli Stati Uniti.
Infine dà l'assalto alla Borsa. Ha sufficiente «liquido» per fare razzia nel listino con largo anticipo sui suoi sonnolenti rivali. L'ultimo fiore al suo occhiello fu l'acquisto di banche (Credito Varesino), finanziarie (Invest), industrie (Miralanza e Saffa), compagnie di assicurazioni (Fondiaria, Italia, Milano). Non contenta di questo ben di Dio, dà un poderoso morso al gruppo più ambito: la Montedison.
Sono gli anni della «panache», dello splendore mitico di una donna che aveva già avuto tutto, e proprio per questo non provava la vanità di apparire sui giornali: Anna è talmente gelosa della sua privacy, come Hearth o Paul Getty I, che una volta licenziò un maggiordomo, colpevole di non averla protetta da un cronista americano. Ciononostante i fotogr

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