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di CARLO SGORLON PER i cristiani la Pasqua, che ricorda la resurrezione di Cristo, è il ...

Forse la resurrezione di Cristo è il fatto più straordinario di tutta la storia, forse il più difficile da accettare. Perciò il nostro tempo, che non è scettico in assoluto, ma ha la tendenza a razionalizzare, a storicizzare i fatti e a cercare i loro fondamenti di credibilità, ha sottoposto ad analisi storica anche la resurrezione. Il principale argomento a favore di essa è questo: tutti i discepoli di Cristo, tranne Giovanni l'Evangelista, ebbero un destino di martirio, soltanto per non aver voluto rinunciare alla loro fede nel Cristo risorto. Se si fossero lasciati uccidere per nulla, ossia senza aver rivisto il loro Rabbi nei cenacoli e nelle case, dovremmo pensare che erano tutti dei pazzi.
Bisognerebbe giungere alla conclusione che somigliavano al personaggio di Arthur Kostler, l'autore di «Buio a mezzogiorno», che crede al comunismo più che alla sua stessa vita, e si lascia processare ed eliminare per non danneggiare l'ideologia politica che valuta molto più importante della sua persona. Un caso di estrema deformazione mentale. Se dunque Cristo non era risorto, e i discepoli non erano testimoni del suo ritorno alla vita, perché si sarebbero fatti uccidere? Per essere martiri di un mito?
Ho ricordato questa argomentazione non perché la consideri convincente in modi assoluti. Ad essa si deve aggiungere la fede, senza la quale nulla è accettabile e credibile fino in fondo. Tutte le cose del mondo sono problematiche. Tutto è misterioso; tutto è una mescolanza di verità, razionalità e di mito, perché la mente dell'uomo tende sempre al mito e alla fede. Ma accanto al mito c'è l'archetipo, ossia un sentimento antichissimo del pensiero e del sentimento che agisce in profondità dentro di noi.
La Pasqua è senza dubbio uno degli archetipi più ricchi e stratificati che io conosca. È legato persino alla festa della primavera, della rinascita della natura dopo il lungo sonno invernale. Nell'archetipo pasquale rientra anche la liberazione del popolo ebraico dall'Egitto. Pasqua, alla lettera, significa passaggio, ma indica soprattutto la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana. E gli archetipi e i modelli ebraici sono spesso anche i nostri, perché la cultura e la religione ebraica non sono religioni e culture qualsiasi, ma sorelle maggiori o madri delle nostre. Nell'archetipo pasquale rientrano poi tutti i nostri ricordi cristiani: la domenica delle palme e degli ulivi, il trionfo di Cristo a Gerusalemme, il drammatico racconto della sua Passione, con quel tanto di misterioso che vi è in esso, per cui da bambini non capivamo perché venisse processato, e che delitto fosse mai quello di definirsi re dei Giudei.
Nell'archetipo rientrano tutti i riti della Settimana Santa, la lavanda dei piedi del Giovedì Santo, i panni viola che coprono immagini sacre, il Cristo morto, il Venerdì Santo, le stazioni della Via Crucis, le campane silenziose del giorno della crocefissione, le raganelle di legno che le sostituiscono (di cui da bambino ero un provetto costruttore) e poi la ripresa del suono delle campane, le celebrazioni liturgiche del Sabato Santo e della domenica trionfale della Resurrezione.
Tutto un mondo di ritualità, di celebrazione, di sentimenti, di meditazioni, di riflessioni etiche, di scenografie religiose, che tornano a farsi importanti, a Pasqua, per tutti, credenti e non credenti, perché in tutti gli uomini esiste il versante del sacro, che in certe occasioni, come in questa, torna a farsi vivo e a reclamare a gran voce la sua parte.

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