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Per la prima volta nessun attore afroamericano in un film di Spike Lee

Dal buio esce il lato bianco di New York



MONTY è uno spacciatore di New York, finito tra le mani della polizia per una spiata, rifiuta di rivelare i mafiosi russi cui fa riferimento e viene condannato a sette anni di carcere. Sa l'inferno che lo attende e le sue ultime 24 ore di libertà cerca di passarle nel modo più spensierato possibile, con il padre, i due suoi migliori amici e la giovane amante portoricana (anche se qualcuno gliela indica come la responsabile della spiata). C'è poi anche la 25a ora del titolo: quella, però, è solo immaginata perché si riferisce all'ipotesi che Monty, anziché il carcere, scelga la fuga, per rifarsi una vita in clandestinità. Ma rimarrà una fantasticheria, Monty, che «si è arricchito sul dolore degli altri», come lo rimprovera qualcuno, saprà scegliere la via del riscatto, pur non ignorando quanto sarà devastante.
Alla base, un romanzo di David Benioff sceneggiato dal suo autore. Lo ha portato sullo schermo Spike Lee, il più acclamato regista afroamericano di Hollywood («Fa' la cosa giusta», «Jungle Fever», «Mo' Better Blues»), che ne ha seguito con quasi rabbiosa partecipazione tutti gli schemi.
In mezzo, ciascuno con i suoi caratteri precisi, i vari personaggi: non solo quello del protagonista, di cui non si smussano né errori né difetti, ma anche i tanti che lo circondano, sia da vicino sia solo di sfuggita, ognuno con i suoi tratti e le sue reazioni dosate con abilità.
Mentre la regia di Lee, pur accettando qua e là dei dialoghi un po' diffusi, riesce ad evocare attorno a quell'azione che si svolge nell'arco di una sola giornata dei climi via via sempre più tesi, dando spazio non solo alle rivolte del protagonista (quell'aggressività contro se stesso e contro tutti con cui, esasperato, affronta la propria immagine riflessa in uno specchio...), ma anche all'attualità muta e dolorosa di quella cornice di New York in cui spiccano le voragini del Ground Zero dopo la distruzione delle due Torri.
Con modi risoluti, accenti spesso forti fino allo spasimo, immagini violente, martellate da musiche che a quelle originali di Terence Blanchard, speso allusive, ne alternano altre, laceranti, tra le quali si fa strada anche la voce di Bruce Springsteen.
Nessuno degli interpreti principali, per la prima volta in un film di Spike Lee, è afroamericano. Il protagonista è Edward Norton, in equilibrio tra furore e dolore. Come lui perfetti, però, anche tutti gli altri. Di buona scuola.

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