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Non è mai esistito un tale strumento di ipnosi collettiva, per il quale viene spontaneo di riferirsi a Orwell e alle sue apocalittiche previsioni di un mondo futuro, dove la libertà sia stata portata all'ammasso. Non è forse questo il futuro che ci aspetta, alcuni al centro del Circo, come novelli gladiatori, fuori la folla che tifa, e un burattinaio a muovere i fili per distogliere da preoccupazioni quotidiane? Ebbene se dalla Roma dei Cesari ad oggi è cambiato lo strumento per irretire le folle, ma non la sostanza, non ha torto Giuseppe Feyles a risalire ancora più indietro.
Lo fa con un libro intrigante a cominciare dal titolo: «La televisione secondo Aristotele» (Editori Riuniti); un libro portato avanti sulla base di un ragionamento pregiudiziale, cioè che la televisione sta diventando la generatrice di un mondo chiuso, autoreferenziato, nemmeno (o non sempre) veritiero, dotato tuttavia di una «energia di presenza» capace di imporsi come unica realtà. Dopo aver contribuito, nel dopoguerra alla unificazione del linguaggio, dopo aver diffuso (pensiamo alle trasmissioni di Piero Angela, o alle ricostruzioni storiche di Arrigo Levi o di Nicola Caracciolo) una piattaforma minima di sapere comune, dopo aver svolto dapprima una funzione etica e poi critica (ricordiamo le tavole rotonde culturali, o quelle politiche al tempo di Jader Jacobelli) oggi la televisione ha cambiato le regole del gioco.
Una neotelevisione che sta sostituendo la sua realtà alla realtà ad essa preesistente. «Esiste il mondo se nessuno lo pensa?», si domandavano i filosofi idealisti. Ebbene, oggi la domanda pare essere questa: «Esiste una storia se non è sceneggiabile?». Un esempio? Pensiamo all'Iraq e alla guerra che vi si combatte; dove basta una inquadratura «stretta» della telecamera per trasformare un gruppo di appena una dozzina di plaudenti fedelissimi di Saddam Hussein in una vera folla esaltata ed esaltante. Ora il problema (si domanda Feyles) è: come avviene tutto ciò, ci sono delle leggi? Ci sono, eccome. Andando alle origini «basta aprire un testo antico di oltre venti secoli, scritto dal più completo dei geni del passato: la "Poetica" di Aristotele». Così continuando sempre in chiave di constatazione: «Il tesoro contenuto in questo forziere era destinato ad una corte di ben altra nobiltà, il teatro antico, modello insuperabile di cultura umana. Ma da pirati quali siamo, noi che ci occupiamo di Tv, l'abbiamo razziato impunemente».
Il risultato? Che assieme a concetti e valori di solo antiquariato, Feyles vi ha trovato «molte idee preziose che valgono ancora per comprendere un po' di più la nostra televisione». E fra le regole che dettano legge due quanto meno fanno spicco. Una è quella della «verosimiglianza» che suona così con le parole di Aristotele: «Compito del poeta è di dire le cose accadute, ma quelle che potrebbero accadere secondo verosimiglianza... E infatti lo storico e il poeta non differiscono per il fatto di dire l'uno in prosa e l'altro in versi... ma perché l'uno dice le cose accadute e l'altro quelle che potrebbero accadere». E ancora sempre in tema di spettacolo: «Si debbono preferire cose impossibili, ma verosimili a cose possibili ma incredibili». Un verosimile di conseguenza che coincide perfino più del vero con il credibile; il che significa che anche l'impossibile e addirittura l'irrazionale possono diventare credibili se sono resi verosimili. È così che il mondo si riduce a teatro con quel tanto di falso che si porta appresso. E se questa è la regola aurea della televisione del presente, questa neo-televisione, bene fa Feyles a denunciarla; perché chi ha occhi e orecchie intenda e veda, e impari a difendersi.

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