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Prese le difese di «La dolce vita» e «Le notti di Cabiria» contro gli anatemi delle autorità





di GIANFRANCO ANGELUCCI


«PER vivere gli basta un pugno di sabbia», ripeteva Fellini, compiaciuto di figurarsi l'amico gesuita come un anacoreta. Quel corpo esile, ossuto, che sorreggeva il volto scavato e la gran corona di capelli bianchi, lo rendevano un personaggio un po' fiabesco, che il regista aveva contribuito a disegnare. «Angelo capisce tutto - insisteva - puoi raccontargli qualsiasi cosa, la più intima, e sei certo, lo vedi nei suoi occhi, che ha capito».
Angelo il filosofo, il teologo, in sospetto di eresia. Eppure era stato Arpa a suggerire la formula di Cipriano da Cartagine «extra ecclesiam nulla salus» con cui l'ascetico cardinale di Otto 1/2, avvolto di vapori e candide lenzuola nella sequenza delle Terme, congeda il protagonista - Mastroianni - che si è rivolto a lui col cuore greve: «Eminenza, io non sono felice». Malgrado ciò la Curia non gli aveva più perdonato di aver preso partito, pubblicamente, con articoli e dibattiti, in difesa di «La Dolce Vita» condannata senza appello dall'Osservatore Romano con un titolo a nove colonne: VERGOGNA! Il gesuita aveva subìto serenamente le conseguenze di quella cupa intransigenza; lui innamorato del cinema, costretto dalla disciplina a non potersi più esprimere in nessuna sede, imbavagliato per vari anni, e con la minaccia pendente della sospensione «a divinis», cioè non poter più dire messa né esercitare altro ministero sacerdotale, se avesse infranto l'obbedienza.
Arpa e Fellini si erano conosciuti alcuni anni prima, nel 1954, al tempo di «La Strada» quella favola eterna con cui il giovane regista, libero da ogni soggezione sia all'ideologia social politica del Neorealismo, sia alla spettacolarità spesso vacua del cinema americano, era stato capace di portare sullo schermo il segno di un linguaggio senza precedenti. Il sacerdote andava predicando il film con piglio di fede in tutti i circoli del cinema, i famosi cineforum, di cui era stato uno degli ideatori e dei promotori da quando, ordinato sacerdote e attivo in terra ligure, dedicava l'esercizio del suo ministero ai giovani, insegnando al collegio Arecco di Genova e introducendo la visione dei film come veicolo di discussione. A Genova aveva anche fondato il Columbianum, un istituto nato per spalancare una finestra e fare entrare aria fresca dai continui scambi con gli intellettuali latino-americani. Fino a quando, diventato troppo scomodo all'establishment politico, e per sua natura più attento ai programmi di rinnovamento che ai bilanci, era stato incastrato sotto l'accusa di illeciti amministrativi e trasferito direttamente al carcere giudiziario di Regina Coeli. Fellini era accorso la notte stessa a via della Lungara, ottenendo in grazia della sua notorietà già consacrata da tre Oscar, che ad Angelo fosse risparmiata almeno la mortificazione della cella, assegnato nell'infermeria della prigione. E aveva mosso tutte le sue conoscenze personali, fino all'allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, perché il gesuita riottenesse libertà di movimento e piena riabilitazione.
Tra Federico e il sacerdote, oltre l'affetto e la stima, s'era stabilito un patto di mutuo soccorso che risaliva esattamente a dieci anni prima. Il cineasta era debitore a Padre Angelo della concreta esistenza del suo film «Le Notti di Cabiria», a cui la censura amministrativa dell'epoca aveva negato il visto di circolazione nelle sale (marzo 1957). Una decisione che a quei tempi voleva dire la distruzione del negativo. Arpa che a Genova aveva avuto modo di conquistare la stima e l'amicizia del Cardinale Giuseppe Siri, porporato potentissimo, si era offerto di intervenire per scongiurare quel delitto, e sottrarre l'amico oltre che a un rilevante danno economico, a un preoccupante anatema. Il racconto dell'episodio, arricchito nel tempo dalla colorita visionarietà felliniana, si era presto trasformato in un epos.
Per consentire al prelato di visionare privatamente il film, era stata organizzata u

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