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Il buon agente Cia non sente il cuore ma la voce del capo

PRIME DI CINEMA




NELLA prima parte si impara come si diventa agenti della Cia. Un addestramento durissimo, non tanto dal punto fisico, come quello, sempre raccontato dal cinema, dei Marines, ma dal punto di vista psicologico, all'insegna del «niente è ciò che sembra», con trappole, perciò, finti agguati, doppi giochi mentiti o svelati solo in parte.
Nella seconda parte, dalla teoria si passa alla pratica e l'aspirante spia, sotto la guida di un istruttore addentro a tutte le trame e a tutti i misteri, finisce coinvolto in una avventura in cui, come compito, ha quello di smascherare una collega sospettata di fare il doppio gioco a favore di una non precisata potenza straniera. Con la complicazione che lui di quella collega, bella e seducente, non ha tardato a innamorarsi, molto ricambiato. Quando però avrà messo da parte l'amore per far trionfare il senso del dovere, una sorpresa ribalterà tutti i termini della questione, e nel modo più imprevisto.
Un documento e un intrigo. Catapultati fra le spire di un film d'azione. Si è preso la briga di rappresentarli un regista di origini neozelandesi, Roger Donaldson, da tempo però attivo a Hollywood con film non molto dissimili da questo, come «Thirteen Days», sulla crisi dei missili a Cuba vista dalla Casa Bianca, e «Senza via di scampo» un giallo sullo sfondo del Pentagono. La sua Cia, però, a parte che nessuno saprà mai esattamente come agisce, è quasi soltanto il pretesto per un dramma in cui le psicologie si scontrano con l'avventura e i dilemmi mortali acquistano via via significati doppi, senza che i personaggi arrivino mai alla verità.
Un gioco che può interessare. A parte infatti la sorpresa finale, narrativamente giustificata piuttosto a fatica, sia le molte pagine iniziali dell'addestramento delle future spie, sia quelle che vedono coinvolti i due protagonisti in una serie continua di manipolazioni tanto nei fatti quanto nei caratteri, non risparmiano le occasioni di far spettacolo: con un dinamismo nei ritmi che anche quando sembra di essere soltanto in una scuola di agenti segreti si è martellati con situazioni angosciose e fuminanti, furba anticamera dell'azione violentissima che le seguirà.
In mezzo Al Pacino, un istruttore metà paterno metà mefistofelico, e l'irlandese Colin Farrel (nella foto) , una recluta pronta a tutto, anche a rinunciare all'amore per il dovere.

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