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Riscoprire i grandi autori - Leonardo, La Voce: il sasso nello stagno delle riviste fiorentine

Giuseppe Prezzolini, Giuliano il Sofista, e ne aveva ventuno. Tutti molto giovani anche gli altri collaboratori del «Leonardo»,la prima di quelle riviste fiorentine che furono vere e proprie officine di intelligenza, di militanza civile. Ventun anni aveva Giuseppe Antonio Borgese; Emilio Cecchi era un vivace diciannovenne; viaggiava intorno alla trentina l'incisore Adolfo De Karolis, il «vecchio» della compagnia. Quella che, per l'appunto, il 4 gennaio 1903, partorì il «Leonardo». Cent'anni e non li dimostra, verrebbe voglia di dire. Ecco il programma: «Un gruppo di giovani, desiderosi di liberazione, vogliosi d'universalità, anelanti a una superior vita intellettuale, si son raccolti a Firenze sotto il simbolico nome augurale di 'Leonardo'...». Contestatori «ante litteram», i ragazzi del «Leonardo», con le loro parole d'ordine squillanti e provocatorie. C'è un po' di retorica? Ammettiamolo pure, ma anche tanta passione.
Alla guida del vigoroso manipolo, Gianfalco e Giuliano il Sofista corteggiano l'irrazionalismo; non disdegnano i vitalisti e gli esteti; si trovano a loro agio con chi esalta l'attività creativa di un Io un po' sregolato. È ovvio che tipi del genere siano antiborghesi e antidemocratici, anzi detestino cordialmente «tutte le verità della democrazia» e facciano proprio lo slancio superomistico del D'Annunzio lettore di Nietzsche.
Tra alterne fortune, la rivista, cui collaborano anche Ardengo Soffici e Giovanni Amendola, seguita a dar battaglia fino all'agosto del 1907, data del decesso. Affiancata da «Hermes», diretta da Borgese e punto d'incontro di esteti dichiarati (cesserà le pubblicazioni dopo dodici numeri), e da un'altra testata che ha caratteristiche più propriamente politiche:«Il Regno». La dirige Enrico Corradini, su posizioni radicalmente antisocialiste e nazionaliste. Antisocialista è anche Prezzolini che però rimprovera al concittadino la mancanza di cervello politico e la retorica militarista e imperialista. A quei tempi, capitava spesso che gli intellettuali per far conoscenza tra loro e imparare a stimarsi reciprocamente, si prendessero a cazzotti (non a caso il «Manifesto» marinettiano avrebbe esaltato lo schiaffo e il pugno): così succederà a Prezzolini e Corradini che se le daranno di santa ragione in una stradina di Firenze. Dopodiché nasce la grande amicizia: ed ecco Prezzolini, Papini, Borgese con la loro bella firma sul «Regno».
Il 20 dicembre del 1908, poi, Prezzolini partorisce «La Voce», cominciando la sua opera di straordinario impresario di cultura «civile». «La Voce» è da subito ben intonata: «Non promettiamo di essere dei geni(...), ma promettiamo di essere onesti e sinceri. Non promettiamo di non sbagliare mai,(...),ma promettiamo di correggerci appena ci accorgeremo dell'errore(...).Crediamo che l'Italia abbia più bisogno di carattere, di sincerità, di apertezza, di serietà, che di intelligenza e di spirito. Non è il cervello che manca, ma si pecca perché lo si adopera per fini frivoli».
La rivista si occuperà della questione meridionale, del suffragio universale, della riforma della scuola, del rinnovamento delle biblioteche pubbliche; dirà la sua su movimenti politico-culturali come il sindacalismo, il modernismo, il nazionalismo; si impegnerà a sprovincializzare la cultura nazionale, facendo conoscere in Italia filosofi, artisti, letterati europei; seguirà le battaglie delle avanguardie; combatterà contro il malaffare elettoralistico di Giolitti, pur non negando all'«uomo di Dronero» il realismo dello statista di qualità. Naturalmente, anche i «vociani» litigheranno tra loro: ad esempio, nel 1911, quando Salvemini avverserà la guerra di Libia, Papini, Soffici e Amendola la sosterranno, mentre Prezzolini cercherà di mediare tra le due parti. E nel 1913,Papini e Soffici si allontaneranno da Prezzolini per dar vita a «Lacerba», destinata, dopo scazzottature varie, a far proprio il radicalismo sovversivo dei futuristi.
Quegli ingegni sono dunque seminatori di

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