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Un romanzo polifonico che risente dell'influsso di Joyce e FaulknerDue i protagonisti della storia: il diverso colore della pelle non impedisce che si instauri fra loro un dialogo di reciproco rispetto

«Il giorno della libertà» di Ralph Ellison, epopea dei negri nell'America degli anni Cinquanta Riscatto con la voce del blues

L'autore Roger Viollet volle dare a questa memorabile immagine il titolo di Contrasto, quasi a significare l'alterità bianco/negro che emerge tutta da questo grande romanzo di Ralph Ellison, il massimo scrittore afroamericano, un testo per tanto tempo rimasto sepolto fra mille polemiche e dissidi fra eredi, che ora viene alla luce in tutta la sua potenza di epica saga dell'America anni Cinquanta, quando le radici della tragedia razziale di quel paese giunsero alla resa dei conti e il processo di emancipazione non incontrò più ostacoli sul suo legittimo cammino. Giova ai lettori conoscere la genesi del romanzo, la vicenda che vive fra le quinte: alla sua morte, nel 1994, Ralph Ellison lasciò circa duemila pagine di un testo che, dopo circa quarant'anni di lavoro, risultava ancora incompiuto. Ellison aveva un agente, e poi esecutore testamentario, molto scrupoloso, John F. Callahan, che si immerse a capofitto in quel folto materiale dove c'era tanta storia degli Stati Uniti, si sforzò di riordinarlo secondo una precisa logica storiografica, e nel 1999 ne ricavò questo romanzo dal titolo originale un tantino joyciano, «Juneteenth» (giugnese? chissà...), che fa riferimento a quel 19 giugno 1865, in cui i neri del Texas ebbero la notizia che attendevano e nessuno gli dava: due anni prima Lincoln aveva firmato l'abolizione della schiavitù.
«Il giorno della libertà», il romanzo/cult che con tanta partecipazione ha tradotto Maria Antonietta Saracino, ruota tutto attorno a due personaggi che sono un po' una chiave di volta della Storia, in quel grande crogiuolo di memorie bibliche, di musica jazz, blues, spirituals, di saghe popolari attorno al fuoco nei ghetti di Harlem e del chicagoano South Side, ma specialmente di linguaggi traslati che evocano due giganti, uno occidentale, James Joyce, l'altra del Sud degli States, William Faulkner. Nella città di Washington dunque, in un giorno degli anni Cinquanta, il Senatore bianco Adam Sunraider viene raggiunto da un colpo sparatogli da un giovane nero. Desta sorpresa il fatto che l'uomo colpito chieda aiuto ad una figura eminente dell'altra razza: il reverendo Alonzo «Daddy» Hickman, predicatore nero e guida spirituale di una chiesa battista del Sud. Hickman si trovava quel giorno a Washington proprio per informarlo del pericolo incombente, e perciò l'incontro fra i due assume toni che nella fervida immaginazione di Ellison, dovevano configurare l'approdo alla liberazione del popolo nero dalla schiavitù razziale.
Sono di nuovo insieme i due uomini che il colore della pelle aveva diviso, parlano in quell'ospedale, disvelano a se stessi origini pressoche comuni: il giovane Sunraider a quei tempi si chiamava Bliss ed era stato cresciuto proprio da Hickman e dalla sua congregazione perché diventasse un predicatore. Poi era fuggito dalla comunità alla ricerca di una misteriosa madre, aveva fatto il cineasta di quart'ordine, infine il politico fra il reazionario e il corrotto. Attraverso un procedimento di paziente ricostruzione joyciana, si risale anche alla radici di Hickman, antico giocatore d'azzardo, ubriacone, jazzista, infine religioso osservante, ormai convinto difensore dei diritti dei neri. Si va insomma precisando, attraverso una fitta azione dialogica, l'identità culturale di una comunità fino allora esclusa dall'intero processo di conoscenza e di emancipazione: «Questa terra è nostra, perché da questa terra noi siamo usciti, in questa terra abbiamo versato il nostro sangue, le nostre lacrime l'hanno bagnata, con i nostri morti l'abbiamo concimata...» ricorda il Reverendo Hickman al Senatore colpito freddamente. Romanzo polifonico, al confine estremo con il romanzo storico evocativ

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