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Assalto scientifico all'unità dell'Io: fa discutere l'annuncio del Nobel «padre» del Dna

Adesso vogliono addirittura estirparla dalla mente, come un'illusione, una superstizione, un ferro vecchio da buttare tra i rifiuti. Già nell'Ottocento qualcuno sentenziò che noi siamo soltanto quello che mangiamo; era un'idea volgare e stupida che non ebbe un gran successo, ma che testimoniava una spinta culturale a dare l'assalto al Cielo. Oggi il progetto è più diffuso e più sottile, adotta come arma invincibile la presunta oggettività del metodo scientifico.
Quale rapporto c'è tra la scienza e l'anima? Io direi nessuno, in senso diretto. Invece — ed è questa la notizia che ha solleticato le mie riflessioni — il biofisico e genetista Francis Crick, padre del Dna, ha annunciato sulla rivista britannica «Neuroscience» che l'attività psichica non è altro che il prodotto di reazioni biochimiche fra cellule cerebrali. Nel dibattito scientifico questa dichiarazione è stata interpretata come negazione dell'esistenza dell'anima in sé.
Se così fosse, la vita di ognuno si smarrirebbe in una selva di paradossi. L'anima non è una teoria; se ci pensiamo un momento, essa rappresenta la coscienza che ogni persona ha di sé. Sarebbe curioso, quando dobbiamo prendere una decisione, avere la sensazione di dipendere dalle reazioni dei nostri neutroni invece di agire con libertà mentale, con un assennato ragionamento. Noi, per esperienza comune, percepiamo l'unità della nostra persona, costituita da carattere, esperienze e memorie fortemente individuali, irripetibili. È vero, io non sono più quel giovane che in passato faceva questo e quello, che pensava questo e quello, sono profondamente cambiato e probabilmente cambierò ancora, anzi sto cambiando ogni istante che passa. Ciò tuttavia non impedisce che io abbia la cognizione pratica di essere sempre la stessa persona. E che cosa, se non l'anima, costituisce questa unità superiormente stabile nel tempo e nello spazio?
L'anima si manifesta anche nei sogni: sogniamo immagini e fatti che, sebbene assemblati in maniera surreale, riguardano sempre la nostra vita e il nostro modo di pensare, non la vita e il modo di pensare di un altro. Evidentemente le reazioni biochimiche nel mio cervello — che pure si possono analizzare scientificamente — non sono casuali, indifferenti, identiche in ogni scatola cranica. Se pure si può accettare il meccanismo, questo meccanismo sottostà a una impronta che per ogni persona è differente, e in tale differenza si annida l'anima, o comunque la si voglia chiamare.
Voglio dire che non si può affrontare il discorso sull'anima in termini esclusivamente scientifici (nel senso terribilmente riduttivo oggi assunto dalla scienza). Così come non si può parlare in termini scientifici delle emozioni suscitate dalla bellezza, dalla poesia, dalla musica, dai rapporti fra le persone. Certo, il biochimico può analizzare (o immaginare?) che cosa avviene nel cervello quando si accendono quelle emozioni, ma con ciò è ben lontano dallo spiegarle; l'indicibile, il tipico, il singolare, fortunatamente gli sfuggono. Pensiamo, come esempio, a un capolavoro dell'arte pittorica: con i più raffinati metodi scientifici si può determinare la natura del supporto, dei colori, della pennellata; con l'indagine storico-biografica si possono definire sia il carattere dell'artista sia le influenze che ne hanno condizionato la formazione. Tutto questo ha certamente la sua importanza, ma sarebbe sommamente arrogante presumere che tutto questo sia sufficiente a dare l'idea integrale di quel capolavoro, nato da un'idea e dalla bravura singolare dell'artefice: elementi che non si possono sezionare.
Uno dei campi preferiti dagli interventi riduzionistici è l'amore: anche qui l'agente primario sarebbe una reazione biochimica innescata magari dall'odore. Può darsi che ciò avvenga tra gli animali, ma tra gli esseri umani c'è ben altro. In fondo, l'amore è innamoramento dell'anima dell'altra o dell'altro, ossia del quid che forma l'i

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