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Il teatro lirico chiede sostegni

lgs. n. 367 del 29 giugno 1996 dal titolo: «Disposizioni per la trasformazione degli enti che operano nel settore musicale in fondazioni di diritto privato».
Le perplessità che furono allora sollevate da più parti, pur non comportando una opposizione preconcetta, dopo sette anni si stanno rivelando fondate.
I due principali motivi allora adottati a legittimazione della riforma, (si veda Massimo Finoia sul Sole 24 Ore del 4 novembre 1995) erano i seguenti:
1) l'eliminazione della rigidità che discendeva dalla natura pubblica dei Teatri ed. in particolare, il superamento dei vincoli normativi che si riteneva ostacolassero la gestione del personale;
2) la creazione di condizioni per il finanziamento della lirica da parte dei privati con la richiesta di deducibilità dal reddito imponibile dei relativi apporti.
Rimasero, purtroppo, senza adeguate risposte, aspetti di effettiva rilevanza nella gestione e nell'offerta dell'attività performativa, nei campi della musica e della danza, così che oggi si evidenziano prospettive di nuove crisi, come è dimostrato, per la quasi totalità dei Teatri, dai dati del deficit dei bilanci d'esercizio del biennio 2001 e 2002.
Il recente articolo di Andrew Clark, sul Financial Times del 1 febbraio, mette in luce l'attuale momento di difficoltà nel sostegno dei costi dei Teatri ed evidenzia che i Teatri d'opera in entrambi i lati dell'Atlantico stanno subendo una libera caduta delle sovvenzioni da privati accompagnata dalla riduzione dei titoli in cartellone. In Europa, i Teatri inglesi vedono la chiusura dell'E.N.O., la riduzione di rappresentazioni presso la Scottish Opera mentre nei Teatri tedeschi si registrano tagli al personale ed alla produzione.
Le cose non sono migliori nei Teatri d'Opera che sono sostenuti, con contributi pubblici, in Francia, in Spagna e in italia.
In un periodo di recessione dell'economia e di ristrettezze di investimenti, la struttura e la gestione dei Teatri d'Opera in Italia sono alla ricerca di adattamenti del modello esistente anche a causa del venir meno di perni regolativi del passato. Tra essi vi era il perno del finanziamento pubblico che assicurava - tramite il ripiano dei disavanzi - la copertura dei costi della struttura produttiva e di servizio.
È indubitabile che la realizzazione dell'opera richiede artisti preparati, orchestra, coro, corpo di ballo ed, inoltre, scenari movimentati da personale specializzato, nonché tecnici adibiti a servizi diversi. Ciascuna categoria è chiamata ad eseguire i distinti compiti in uno spazio ideato in secoli passati.
Da ciò, l'esigenza che l'attenzione politica, si rivolga ai processi di creazione e di promozione delle attività culturali, agli «intangible assets» ed alla tutela, in particolare, dell'impiego artistico. Sono convinto che l'attività dei Teatri d'Opera non va vista unicamente come una fonte di spesa da contenere, ma va pure considerata come attività capace di trainare lo specifico sistema produttivo verso strade di crescita ed innovazione. Esiste, pure, il sospetto che anche nel settore della produzione di cultura, domanda ed offerta non sempre si incontrano e che l'aumento della domanda, a volte evidenzia la contraddizione dell'aumento dei costi. Tale fatto impone di chiarire che il diritto di accesso alle rappresentazioni è un diritto della comunità e come tale deve essere indipendente, per quanto possibile, dal livello di reddito dei cittadini. Si deve pure osservare che l'offerta e la domanda, per i grandi Teatri d'Opera, non riguarda più solo il territorio in cui ha sede il Teatro, ma aree più ampie, sia sul piano nazionale che internazionale, ove si sono costituiti omologhi «competitors».
Penso che il Teatro musicale, sia esso l'opera secondo le strutture e la definizione tradizionale, sia esso una realizzazione nuova, figlia del nostro tempo, modellata sulla fusione tra suono, poesia e gestualità, abbia sempre saputo ben superare le crisi derivanti dal

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