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Lo storico Richard Pipes: non ci fu degenerazione del comunismo

Lenin «sponsor» di Stalin

Parole nette, senza equivoci, quelle di Richard Pipes, storico con cattedra presso l'Università di Harvard, autorità fra le più stimate nel campo della storia sovietica e consulente, negli anni '80, dell'ex Presidente degli Stati Uniti d'America Ronald Reagan.
A cinquant'anni dalla morte dello spietato dittatore georgiano, il mondo ne apprese la notizia la mattina del 5 marzo del 1953, Pipes con il suo ultimo libro, «Comunismo, una storia», uscito presso Rizzoli, squarcia un altro velo della lunga vicenda comunista, facendo risalire a Lenin "il primo atto" di una tragedia che raggiungerà il punto culminante nei decenni del terrore staliniano. «Stalin prese il posto di Lenin - spiega Pipes al nostro giornale - grazie al sostegno ricevuto dall'intero partito e non con un colpo di Stato». Facciamo appena in tempo a ricordare che molti storici, ancora oggi, sostengono che "il mantello di Lenin" sarebbe dovuto passare sulle spalle di Trockij o di Bucharin e che tutto ciò non accadde perchè Stalin lo impedì con la forza, quando veniamo subito interrotti. «Lenin - ribatte il professore - considerava ambedue inadatti alla sua successione. Il potere dispotico che Stalin esercitò gli fu dato da Lenin. Del resto, la paternità della strategia del terrore risale a quest'ultimo. È un fatto storicamente accertato che fu Lenin a istituire i campi di concentramento e che fu il primo a considerare la legge e i tribunali strumenti per "sostenere e legittimare" il terrore. Ed è sempre Lenin a portare la responsabilità dei famigerati articoli 57 e 58 del codice penale, che furono poi utilizzati da Stalin per giustiziare milioni di cittadini innocenti. L'unica differenza fra le due figure - continua Pipes - è che Lenin era dotato di una forte e spiccata personalità politica, mentre Stalin era dominato da una pesante componente maniacale».
Secondo lo storico Stèphane Courtois, curatore del «Libro nero del comunismo», il numero totale delle vittime del comunismo nel mondo si aggira intorno ai cento milioni di persone, vale a dire il 50 per cento in più rispetto alle morti causate dalle due guerre mondiali. Un tale gigantesco fallimento induce a credere che, al di là del ruolo svolto da alcuni grandi leader, qualcosa di profondamente sbagliato fosse già presente nelle premesse ideologiche del movimento comunista. Giriamo la domanda al nostro interlocutore. «Il seme della distruzione si trova nel pensiero di Karl Marx - risponde Pipes. I precetti di Marx ed Engels, seguiti dai comunisti, prevedono l'abolizione della proprietà privata in nome dell'eguaglianza e della libertà. Quel che Marx non considera è che la proprietà privata è una caratteristica permanente della vita sociale e che gli esseri umani sono, per natura, avidi e poco disponibili a spogliarsi di ciò che possiedono. Infatti i bolscevichi, per costringere la gente a rinunciare ai propri beni, debbono puntare tutto sull'autorità pubblica, attribuendo ad essa un potere illimitato. Il che, in poco tempo, porta all'affermazione di una vera e propria casta d'intoccabili, la famosa nomenklatura, senza la quale il regime sovietico non sarebbe stato possibile. La contraddizione - continua lo storico - è che i comunisti hanno dovuto istituzionalizzare l'ineguaglianza dei diritti,per tentare di realizzare l'eguaglianza economica. Sognavano una comunità di uomini liberi e uguali, ma il risultato raggiunto è stato giusto l'opposto: una società ineguale e totalitaria». Interrompiamo il professore per chiedere se anche le carestie,che hanno ucciso milioni di persone in Urss, in Cina, in Cambogia, in Corea del Nord, siano da considerare "frutti avvelenati del marxismo". «Sì - risponde Pipes - la nazionalizzazione dei mezzi di produzione impose che la direzione di ogni attività economica passasse nelle mani dei burocrati, i quali non avevano nè le competenze nè le motivazioni per guidarle nel modo giusto. I risultati sono stati spaventosi. Come ha osservato Friedrich Hayek, solo il libe

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