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Ilaria Alpi, nel film una tesi che mira a far riaprire il caso

Quella terribile pagina di cronaca è ora diventata un film, «Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni», diretto da Ferdinando Vicentini Orgnani, ratto dal libro «L'esecuzione», prodotto da Lares, Gam, Emme e Rai Cinema, distribuito da Lantia con l'Istituto Luce e dal 28 marzo nei cinema. Il film non è un'inchiesta, ma nemmeno un parto della fantasia: non lo sono i morti, nè i trafficanti di armi e di rifiuti tossici, perchè Ilaria - nell'intensa interpretazione di Giovanna Mezzogiorno - era arrivata al cuore del problema. Un problema a disposizione, dal novembre del 1996, della Procura della Repubblica di Asti, specializzata in reati legati al traffico internazionale di rifiuti tossici e radioattivi in partenza ed in transito per l'Italia.
«Questa vicenda umana e giudiziaria non deve cadere nell'oblìo - ha dichiarato il regista, ieri al cinema Quattro Fontane di Roma - Io e lo sceneggiatore Marcello Fois ci siamo rigorosamente attenuti alla documentazione. A nove anni di distanza resta solo qualche brandello di verità ufficiale: un solo colpevole è stato individuato e condannato a 26 anni di carcere, Hashi Omar Hassan, membro del commando omicida che però non sparò. Ma chi sono i mandanti? Sid Alì Abdi, l'autista che guidava l'auto in cui furono uccisi Hrovatin e la Alpi e che fu il principale teste d'accusa contro Hassan, è deceduto il 13 dicembre scorso, forse per avvelenamento, a Mogadiscio. Le immagini giunte dell'omicidio sono di due troupe televisive, la svizzera italiana Rtsi e l'americana Abc: l'operatore dell'Abc è stato ucciso qualche mese dopo in un hotel di Kabul e Vittorio Lenzi, l'operatore della tv svizzera italiana è rimasto vittima di un misterioso incidente sul lungolago di Lugano. Ed è morto in circostanze misteriose anche il maresciallo del Sismi, Li Causi».
Nei giorni di quel duplice omicidio c'erano migliaia di soldati dell'Onu che giravano a Mogadiscio, compresi quelli dell'Esercito Italiano: ma nessuno si recò sul luogo del delitto. Arrivò sul posto solo Giancarlo Marocchino, un italiano che fa affari in Somalia dal 1984: nessuno attivò un'indagine, non vennero sequestrate le armi dell'autista di Ilaria, nè della scorta, non furono interrogati i testimoni, non venne disposta un'autopsia. Scomparvero i certificati di morte, i bloc notes di Ilaria e le videocasette registrate da Hrovatin.
«Ci auguriamo che il film aiuti a riaprire il caso e a sensibilizzare l'opinione pubblica - ha detto Gianni Minà, che si è a lungo occupato della vicenda - La Mezzogiorno è bravissima e ha interpretato alla perfezione la personalità determinata, coraggiosa e ambiziosa della Alpi. Sono felice che nei prossimi giorni l'avvocato Domenico Donati riaprirà il caso».
Dal film emerge l'ipotesi che l'uccisione sia stata decisa in una riunione tra faccendieri italiani, servizi segreti italiani e somali: quanto c'è di vero in tutto ciò? «La storia è piena di vuoti che abbiamo cercato di colmare -ha spiegato Mariangela Gritta Grainer, autrice del libro, scritto insieme con i genitori di Ilaria - Per la realizzazione del film è stata poi fondamentale la collaborazione del ministero della Difesa e dell'esercito italiano. Certo è che scaricare nei paesi del Terzo Mondo rifiuti e veleni prodotti dai paesi industrializzati, che in patria non si possono o non si vogliono smaltire per problemi economici e di consenso elettorale, è già una cosa terribile. Ma farlo barattando pezzi di territorio in cambio di armi è un segreto da proteggere ad altissimo livello».

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