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di GIAN LUIGI RONDI SOLARIS, di Steven Soderbergh, con George Clooney e Natasha McElhone, Stati Uniti, 2002.

Questi, però, al suo arrivo, non solo si rende conto che Solaris è un pianeta pensante capace di individuare i pensieri e i sentimenti degli astronauti materializzandoli, ma non tarda a trovarsi di fronte una creatura in tutto e per tutto simile a sua moglie, morta suicida per colpa sua. Adesso, così, vivendole di nuovo al fianco, tenta di riparare ai suoi torti di prima, riunendosi a lei ma solo dopo che tutto si sarà consumato.
Lo spunto, un romanzo di fantascienza del polacco Stanislaw Lem che nel '72 il grande Andrej Tarkowskij aveva riletto in un film di pura poesia, dando rilievo, in linea con Lem, alla coscienza, ai rimorsi e, soprattutto, all'impossibilità di tornare indietro una volta commesse delle azioni sbagliate. Il film americano di oggi, invece, scritto e diretto da Steven Soderbergh, rinuncia alle problematiche morali (e alla poesia) per privilegiare la storia d'amore, con una conclusione che, tutto sommato, può leggersi come un happy end. Pensando a Lem e a Tarkowskij naturalmente si è delusi, non si può però non dare atto a Soderbergh, almeno dal punto di vista della sua regia, di una meditata attenzione ai climi e ai sentimenti da evocare. La fantascienza c'è, con la stazione spaziale e di fronte, tutto nubi rosse, con il misterioso pianeta, ma non la si tiene mai in primo piano. Le immagini — fredde, blu livido, grigio metallico — sono in funzione dell'angoscia che pesa sui personaggi, sottolineano i loro dilemmi, rendono astratte, pur nella loro evidenza, le creature che i loro pensieri arrivano a creare. Mentre, al centro, George Clooney protagonista ne trae alimento per il suo strazio. Con misura.

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