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Giovedì apre a Napoli la mostra che rievoca la tragedia di Pompei, Ercolano e Oplontis

Quelle storie drammatiche sotto la cenere del vulcano

Fu un disastro che però produsse un fenomeno unico: la conservazione, sotto la cenere solidificata e la lava, delle testimonianze di vita nel momento in cui sopraggiungeva la morte improvvisa per tutti.
Da oltre due secoli si scava, e si continua a scavare, in quello che è il più fertile campo archeologico del mondo. Già le prime scoperte che rivelarono tutti gli aspetti di una cultura raffinata - della pittura alla statuaria, dalla gioielleria al modesto oggetto d'uso domestico - furono stupefacenti e influenzarono fortemente, fino in terre lontane, il gusto neoclassico dell'epoca.
Ricordo di aver visto con sorpresa una «sala pompeiana» all'estremo Nord dell'Europa, in un castello norvegese.
In realtà pochi eventi storici hanno avuto un tale impatto sull'immaginario degli artisti, dei letterati, degli architetti, degli arredatori, anche perché si è tramandata la descrizione coeva di Plinio il Giovane: «Udivi i gemiti delle donne, le grida dei fanciulli, il clamore degli uomini: gli uni cercavano a gran voce i genitori, altri figli, altri i consorti, li riconoscevano dalle voci; chi commiserava la propria sorte, chi quella dei propri cari: ve n'erano che per timore della morte invocavano la morte...»
Ora con la mostra, allestita nel Museo Archeologico, tornerà per incanto quel momento, fissato per sempre. Molti sono i documenti inediti, portati alla luce in scavi recenti.
Un'affascinante testa marmorea di Amazzone e una satua di Hera vengono dalla Villa dei Papiri di Ercolano (ancora non interamente esplorata), mentre da Oplontis vengono un cospicuo tesoro di eleganti gioielli e una straordinaria cassaforte in bronzo e ferro accuratamente decorata; inoltre sono stati ricostruiti e presentati in anteprima gli ambienti di un complesso edilizio nel suburbio di Pompei, appena scoperto, con affreschi parietali che narrano storie mitologiche.
Commovente è la selezione di oggetti trovati accanto ai corpi degli abitanti di Ercolano che fuggiti sulla spiaggia ma impossibilitati a prendere il mare in tempesta, si erano riparati, inutilmente, nelle rimesse delle barche; le vittime avevano portato con sé monete in argento e bronzo, monili in oro e vasellame in argento, chiavi di casa, contenitori in vetro per profumi, una cassetta con strumenti chirurgici.
Il filo conduttore principale della mostra, il più emozionante, è costituito dai calchi umani. Le rovine archeologiche della città vesuviana si distinguono da tutte le altre perché ci sono ancora i simulacri degli abitanti: ossia è stato possibile colare il gesso nelle cavità lasciate nella cenere dalle impronte dei corpi, ottenendone una perfetta riproduzione. Sono state trovate circa duemila di queste stupefacenti impronte, e un campione delle più spettacolari introduce ogni sezione della mostra, rivelando, starei per dire dal vivo, l'ultimo gesto, l'ultimo atteggiamento, nell'attimo dell'incontro con la morte.
Alcuni calchi sono famosi, anche perché hanno animato la fantasia dei pittori, dei romanzieri, dei poeti. E opportunamente una sezione della mostra è dedicata alle immagini dell'eruzione e delle vittime in fuga nei dipinti del Settecento e dell'Ottocento. Ma c'è anche un altro rispecchiamento: il luogo dell'esposizione, il Museo Archeologico di Napoli, già custodisce una ricchissima collezione pompeiana, sicché i ritrovamenti degli ultimi scavi si collocano idealmente e realmente accanto a opere celebri della stessa provenienza, ricevendone più viva luce.
Destino simbolicamente paradossale quello dell'eruzione vesuviana: ha prodotto morte e distruzione, ma nello stesso tempo ha favorito una rinascita culturale, ossia ha fornito notizie di prima mano senza le quali oggi la nostra conoscenza storica sareb

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