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di GIAN LUIGI RONDI IO NON HO PAURA, di Gabriele Salvatores, con Giuseppe Cristiano, ...




IL MONDO visto dai bambini. La formula letteraria che aveva scelto Niccolò Ammaniti per il suo romanzo, la formula cinematografica adottata da Gabriele Salvatores trasferendolo con lo stesso titolo, sullo schermo. Con immagini quasi sempre proposte all'altezza dei piccoli protagonisti.
Immagini terribilmente contrastanti fra loro. Da una parte il sole, una campagna del nostro Sud che una calda estate ha popolato di spighe il grano maturo. Dall'altra, un'orrida e buia caverna, un anfratto nascosto solo adatto per essere una tana per animali selvatici. Invece, dentro, c'è un bambino dieci anni, le catene ai piedi, gli occhi chiusi perché ormai incapaci di sopportare anche il minimo spiraglio di luce. Giocando nei campi con i suoi amichetti, allegri, festosi, incuranti di tutto, persino di un temporale furioso, un altro bambino, Michele, anche lui di dieci anni, scopre l'esistenza del piccolo. Prima non capisce, e neanche l'altro, nella sua prigione, realizza chi possa essere, tanto da ritenerlo l'Angelo Custode, poi dice di aver sete e anche fame. Allora Michele, di nascosto, lo disseta e lo nutre, realizzando più in là non solo che quel bambino è lì perché è stato sequestrato per ottenere un riscatto, ma anche che, in quel sequestro, è addirittura venuti dal Nord. Allora reagisce, scegliendo la via più giusta anche se, per la prima volta, dovrà disobbedire a suo padre. Il rapporto fra i due bambini. Prima incerto e sospeso, poi via via più aperto, all'insegna in Michele, della solidarietà più totale, nonostante le remore familiari, all'inizio solo psicologiche poi anche pratiche, scaturite da divieti durissimi. Il disegno di tutti gli altri bambini, con la loro spensieratezza solare. E, di fronte, gli adulti, torvamente intenti a portare a termine, anche a costo di uccidere, il loro infame progetto. Salvatores evita, oltre al patetismo anche l'infantilismo. Appunto perché i veri protagonisti sono i bambini e lascia così, nei gesti, nelle reazioni, nei climi, che siano loro a tenere la scena, comportandosi con più gravità degli adulti. Segue le loro ansie, scandisce con fermezza i loro interrogativi, affidando alla fine il piccolo Michele a una situazione che, ben dosata, comincia in cifre di quasi drammatiche tensioni per sciogliersi poi, nel finale coinvolgente, in atmosfere così laceranti e commosse da pretendere quasi le lacrime. Pur nell'asciuttezza di una rappresentazione che affida solo alle immagini la forza delle emozioni. Sostenuta da un commento musicale che, anziché sottolineare, privilegia l'alluso. Con delicatezze struggenti.
Aggiungo, ai molti meriti di un film, che è di certo tra i migliori di Salvatores, l'interpretazione dei tanti bambini tutti per la prima volta su uno schermo. Il più intenso (e profondo), Giuseppe Cristiano come Michele. Un faccino che non si dimentica.

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