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di DINA D'ISA UN SOLARE campo di grano, in una delle più suggestive campagne del Sud, ...

Questo è il segreto di Michele, coetaneo del sequestrato, che vive in quei luoghi dimenticati, al confine tra Puglia e Basilicata, dove il regista Gabriele Salvatores (nella foto con i piccoli interpreti Giuseppe Cristiano e Mattia Di Pierro) ha girato la sua ultima, essenziale ma emozionante opera: il film, da venerdì nei cinema, intitolato «Io non ho paura» e tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti, è prodotto da Cattleya, Colorado e Medusa ed è interpretato da bambini, guidati dall'intensa partecipazione di Diego Abatantuono e Dino Abbrescia.
Salvatores, quali tecniche particolari ha usato per dirigere sul grande schermo attori così piccoli?
«La difficoltà è stata soprattutto nella scelta del cast - ha spiegato il regista, ieri all'hotel De Russie di Roma, con Abbrescia e Ammaniti - abbiamo "provinato" oltre cinquecento bambini, provenienti da quella terra di nessuno, tra Puglia e Basilicata. Ho scoperto bambini nati in un Sud abbandonato, invisibili ai nostri occhi, ormai troppo invasi da eroi ed eroine. È un Sud più mentale che fisico, con deserti di grano e nient'altro da fare o da vedere. Una landa desolata dove, a volte, la realtà si confonde con la fantasia; un luogo dove la natura è il palcoscenico e il mondo animale è il protagonista, con prede e predatori. La scelta degli attori-bambini non è stata facile, perché non volevo che recitassero, ma che certe storie fossero, almeno in parte, nei loro ricordi: vista la loro giovane età, non ho voluto usarli, nè sfruttarli, ma fare soltanto in modo che si esprimessero naturalmente».
Del film ci sarà anche una versione teatrale?
«Per ora abbiamo due date, una a Milano il 17 marzo al Teatro dell'Elfo e l'altra a Roma, due sere dopo, all'Auditorium. In scena ci sarò solo io e il musicista Ezio Bosso: scorreranno alcune immagini del film, ma senza audio, si sentirà solo la mia voce narrante».
Cosa ha detto ai bambini?
«Ai bambini non ho raccontato bugie sulla sceneggiatura, sapevano cosa stavano recitando. Pure le esperienze più atroci fanno parte del mondo infantile: il distacco dal ventre materno, la fame, il bisogno, la dipendenza. "Io non ho paura" rappresenta il rapporto con qualcosa che viene dall'esterno e che fa perdere in fretta al protagonista la sua infanzia. In genere si tende a dimenticare ciò che spaventa, ma Michele (Giuseppe Cristiano ndr) a soli 10 anni non ha paura. Così, disobbedisce al padre e s'identifica con uno diverso da lui: il sequestrato. Supera la paura di ciò che non conosce toccando il rapito, Filippo (Mattia Di Pierro ndr). Per lui rischia la vita, quando comprende che l'esistenza è un film collettivo e tutti sono perciò importanti».
Esistono ricordi particolari della sua infanzia che ha inserito nel film?
«Sono stato molto fedele al romanzo di Ammaniti e credo nel connubio tra cinema e letteratura. Ma ho vissuto pure diverse esperienze infantili vicine a quelle di Michele: ad esempio, ho una sorellina molto simile a quella che ha il protagonista e anch'io spiavo i miei genitori da piccolo. Non capivo sempre le loro parole, però erano come semi che entravano dentro di me per trasformarsi in piante, a volte, troppo ingombranti».

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