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L'anniversario della strage

Acca Larenzia, dopo 40 anni killer impuniti

Ignorati testimoni oculari, pentiti e riscontri

Acca Larenzia, dopo 40 anni killer impuniti

Il 7 gennaio 1978, mentre calano le prime ombre della sera, nella sezione missina di via Acca Larenzia, al Tuscolano, ci sono alcuni ragazzi del Fronte della Gioventù che si accingono ad uscire. Alle 18 circa una quindicina di militanti varcano la porta blindata. Debbono recarsi a piazza Risorgimento dove è previsto un volantinaggio. Alle 18.20 altri cinque giovani lasciano i locali della sede.

Sono Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini e Giuseppe D’Audino. Nel momento in cui uno dei ragazzi spegne la luce, Bigonzetti apre la porta blindata della sezione. La via è poco illuminata, il “covo” dei fascisti è in penombra. Un gruppetto di cinque o sei giovani girato l’angolo di via Evandro, avanza velocemente verso la sezione. Apre il fuoco. Bigonzetti non riesce neppure a fare due passi: investito dal piombo è colpito alla testa, cade davanti alla sezione. Due sagome si staccano dal gruppo dei killer, si avvicinano e sparano di nuovo, mentre Segneri, ferito al braccio destro, fa in tempo a rientrare, spingendo a terra gli altri due giovani che si trovano sulla soglia del locale. Ma per Ciavatta che segue Bigonzetti, non c’è scampo: tenta di fuggire attraverso la rampa di scale che porta a via delle Cave. È come se vivesse la sua morte al rallentatore: giunto al secondo gradino viene investito da una raffica di proiettili. È ferito, ma con la morte aggrappata addosso, raggiunto il ballatoio in cima alla scalinata, si butta giù dalla rampa. Poi crolla a terra. Gli assassini si fermano davanti alla porta della sezione missina. Non sono riusciti ad ammazzare gli altri “fascisti”. Si allontanano.

Un silenzio pesante scende sulla zona. Lentamente la porta blindata della sezione viene riaperta. I tre superstiti tentano di soccorrere Bigonzetti. Qualcuno lo solleva, lo scuote, poi lo trascina. Ma si accorge che sta soltanto aiutando un cadavere. Dalla rampa di scale arriva un lamento flebile: Francesco Ciavatta rantola, ma non ha perso conoscenza. Qualche finestra dei caseggiati attigui si apre. Passa qualche minuto e in via Acca Larenzia piombano a sirene spiegate un’Alfetta dei carabinieri e una volante della polizia. Gli agenti prendono a bordo Vincenzo Segneri, diciotto anni, operaio in un’officina meccanica che sanguina dal braccio. Un quarto d’ora e arriva la prima autoambulanza. Gli infermieri caricano Ciavatta che nel frattempo ha perso conoscenza. È una corsa disperata, inutile. Solo un’ora prima il giovane, diciotto anni, studente, figlio di operai (il padre si toglierà la vita qualche tempo dopo), aveva vergato il suo messaggio su un foglio di carta lasciato sulla scrivania della sezione: SIAMO A PRATI. ASPETTAMI DOMATTINA. FRANCO.

Per il corpo di Franco Bigonzetti, diciannove anni, studente al primo anno di medicina, figlio di un impiegato, non c’è nessuna fretta. È passato dalla vita alla morte senza neppure rendersi conto che chi gli sparava era un ragazzo come lui, forse della sua stessa età, un anonimo terrorista di una metropoli senza volto. Con il passare delle ore, centinaia di giovani di destra, accorsi da ogni parte della città, si affollano a via Acca Larenzia. C’è chi piange, chi urla, chi depone fiori davanti alla sezione. Si consuma un’altra tragedia. Alcuni ragazzi prendono a calci una 127 dei carabinieri che lanciano candelotti lacrimogeni. La situazione degenera. Si sentono alcuni colpi di pistola. Un giovane, colpito alla fronte, stramazza al suolo. È Stefano Recchioni, diciannove anni, militante della sezione Colle Oppio. Morirà neppure quarantotto ore dopo all’ospedale (di questa vicenda, ci occupiamo in altra parte del giornale).

Quasi dieci anni dopo magistratura, Digos e carabinieri sono costretti a riaprire le indagini su Acca Larenzia, grazie al ritrovamento in un covo delle Br a Milano nel giugno 1988, di una mitraglietta Skorpion. In verità, cercavano l’arma che aveva ammazzato Aldo Moro. Ma, fatta la perizia balistica, il risultato è sconvolgente: é l’arma che ha ucciso nel marzo 1985 l’economista Ezio Tarantelli, nel febbraio 1986 l’ex sindaco di Firenze Lando Conti e nell’aprile 1988 il senatore Roberto Ruffilli. I periti accertano - dato che la matricola non era stata cancellata - che la mitraglietta Cz 61 Skorpion calibro 7. 65 era anche la stessa che aveva colpito ad Acca Larenzia il 7 gennaio 1978. Si scopre che la Skorpion nel 1971 era stata acquistata dal cantante Jimmy Fontana, collezionista di armi, poi venduta nel 1977 al funzionario di polizia, Antonio Cetrolii (deceduto nel 2005) che si sarebbe sbarazzato dell’arma, finita poi nelle mani di un soggetto abitante al Tuscolano che utilizzava la Skorpion nelle vicine grotte della Caffarella per esercitarsi. Ma il funzionario di polizia prima nega di avere avuto contatti con il cantante e poi ammette di essersi interessato all’arma di Fontana, ma come collezionista. Sulla base delle confessioni di una "pentita", il 30 aprile 1987 il giudice istruttore Guido Catenacci, spicca cinque ordini di cattura, contro i presunti appartenenti ai Nuclei armati per il contropotere territoriale, responsabili dell’agguato ai giovani missini. Tra questi c’è Mario Scrocca, figura fondamentale per capire da chi e perché era stato compiuto l’eccidio. Per la magistratura, infatti, é il "Mario" visto dalla pentita nella casa dove si svolgevano le riunioni degli estremisti. All’epoca dell’eccidio aveva diciannove anni e militava in Lotta continua. L’ordine di cattura contro Scrocca parla di duplice omicidio, tentato omicidio, associazione sovversiva e partecipazione a banda armata. Il 30 aprile 1987 Mario Scrocca varca il cancello del carcere romano di Regina Coeli dove viene interrogato dai magistrati Catenacci e Franco Ionta ai quali nega di aver partecipato all’azione armata di nove anni prima, pur ammettendo la sua militanza politica dell’epoca. Ma il giorno dopo con un rudimentale cappio fatto con un asciugamano si impicca ad una inferriata.

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