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I FIDANZATI UCCISI

Omicidio Pordenone, chiesto l'ergastolo per Giosuè Ruotolo

La richiesta del pm per il militare imputato per l'omicidio del commilitone Trifone Ragone e la fidanzata Teresa Costanza. "Agì per salvare la sua carriera"“

Omicidio Pordenone, chiesto l'ergastolo per Giosuè Ruotolo

Ergastolo con due anni di isolamento diurno: è questa la condanna chiesta dal pubblico ministero per Giosuè Ruotolo, unico imputato per il duplice omicidio di Pordenone. Si è conclusa così la requisitoria del pm Pier Umberto Vallerin che ha ripercorso, attraverso un grafico temporale, il rapporto tra Ruotolo e le vittime Teresa Costanza, 30 anni, e Trifone Ragone, 28. "Ruotolo ha commesso gli omicidi per salvare la sua carriera", ha affermato il pm davanti alla Corte d'Assise di Udine. "L'odio verso Trifone e la gelosia verso Teresa - ha aggiunto - lo avevano assalito già da tempo. Togliendoli di mezzo sparivano due rivali, due minacce viventi, due persone verso cui covava odio già da tempo. E il suo futuro sarebbe tornato ad essere roseo”.

Teresa e Trifone sono stati trovati senza vita nella loro auto la sera del 17 marzo 2015, nel parcheggio del palasport di Pordenone. I sei colpi di pistola calibro 7,65 - uno andato a vuoto - non hanno, ovviamente, lasciato scampo alla coppia. La velocità dell’esecuzione non gli ha permesso neanche di reagire.  Tre colpi, due mortali e uno sparato a distanza ravvicinata - circa 5-10 centimetri - hanno raggiunto il capo di Trifone. Due i proiettili contro Teresa, uno frontale, probabilmente sparato mentre la 30enne si voltava verso il suo assassino. Unico indagato e, in seguito, unico imputato, l’allora ventiseienne Giosuè Ruotolo, commilitone e coinquilino di Trifone. 

Contro l’assenza di testimoni e Dna, fu fondamentale, negli undici mesi di indagine, il supporto della tecnologia con ripetute analisi su oltre 10 milioni di report telefonici e circa 5 mila ore di filmati.“Non c’è Dna, né qualcuno che ha visto l’omicidio o il momento in cui si disfaceva dell’arma”, dichiarò l’allora pm Marco Martani. “Siamo persuasi che Ruotolo fosse presente sul luogo del delitto nelle fasi in cui questo si consumava: il suo veicolo, per sua stessa ammissione postuma, si trovava a otto metri e mezzo da quello delle vittime. Tuttavia la sua vettura è stata ripresa dalla videosorveglianza subito dopo nella zona del parco di San Valentino”. Luogo, quest’ultimo, dove fu rinvenuta la pistola dai sommozzatori dei Carabinieri di Genova.

Il suo ritrovamento, reso possibile dall’intuizione dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Pordenone che, analizzando le possibili vie di fuga, hanno identificato nel parco l’unica area in cui il killer avrebbe potuto sbarazzarsi dell’arma senza essere notato, ha segnato una svolta nella indagini. La successiva comparazione dei bossoli ha permesso di confermare che fosse proprio lei, l’arma del delitto. Tuttavia, i Ris di Parma non hanno riscontrato alcuna traccia di Dna.

Trovata l’arma, ma non il Dna, qual è il movente che inchioderebbe Ruotolo, al di là della sua certificata vicinanza al luogo del delitto? “Ruotolo ha ucciso perché temeva di essere denunciato da Trifone”. È questo il movente che, secondo il pm Pier Umberto Vallerin, spinse il 28enne militare campano a compiere il duplice omicidio. Se per l’imputato Ruotolo gli unici litigi con Trifone vertevano sui vari pagamenti per l’appartamento ed erano a volte motivati da una convivenza inquinata dalle donne che - riferiva Ruotolo - Trifone e un amico portavano nell’alloggio, quello che è emerso successivamente ha delineato ben altro conflitto. Ruotolo, infatti, ha ammesso in aula di aver creato un profilo falso su Facebook per inviare messaggi a Teresa  al fine di  metterla al corrente dei ripetuti tradimenti del suo fidanzato.

I sospetti di Trifone si concentrarono presto su Ruotolo e sulla sua fidanzata, Maria Rosaria Patrone. Un bivio troppo maledettamente pericoloso per Ruotolo, secondo il pm: “Una situazione che avrebbe esposto Ruotolo al rischio di essere denunciato, rischio che non poteva permettersi di correre per non compromettere la sua carriera».  La difesa prontamente si oppone: “Di sicuro il movente del delitto - parole dell’avvocato Roberto Rigoni Stern - non possono essere certamente dei dialoghi e discussioni avvenuti otto mesi prima del delitto. Nel processo è emerso che tra Trifone e Giosuè non ci sono mai state liti”. In base al calendario delle udienze fissato dalla Corte d’Assise, si proseguirà nei giorni 23 e 24 ottobre con le parti civili e il 30 e 31 ottobre con la difesa.

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