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PROCESSI E MISTERI

Si riapre il caso Marta Russo

Contraddizioni, testi e buchi nell’indagine: nel libro di Vittorio Pezzuto il confronto tra le ipotesi investigative. Analizzate le dichiarazioni che hanno portato alla condanna di Scattone e Ferraro

Si riapre il caso Marta Russo

Un omicidio senza movente e senza l'arma del delitto. Ma con due persone condannate in via definitiva. A venti anni dall'omicidio di Marta Russo (9 maggio 1997) arriva un libro, molto accurato e preciso, che potrebbe contribuire a far riaprire il caso. Lo ha scritto Vittorio Pezzuto, che se l’è dovuto pubblicare da solo, tanta la pavidità delle case editrici in Italia nell'affrontare casi scomodi. In esso si ripercorrono quelle drammatiche settimane successive all'inspiegabile omicidio all'interno dell'Università La Sapienza a Roma per il quale furono condannati gli ex assistenti della cattedra di filosofia del diritto Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro.

Nel libro, specie nella parte iniziale, ci si sofferma a lungo sulle possibili piste alternative abbandonate inspiegabilmente dagli investigatori. A partire da quella degli addetti di una ditta di pulizie che avevano l'incredibile hobby del tiro a segno e che possedevano pistole modificate o modificabili anche all'interno dei locali a loro disposizione dentro l'università. Per tacere di  quella, inquietante, di un altro personaggio strano, che deteneva un arsenale a casa e che frequentava anche lui la Sapienza, dilettandosi al tiro a segno con armi ottenute con falsi certificati di lavoro. Cosa per la quale poi patteggiò la condanna a un anno di reclusione sia pure uscendo dall'inchiesta. I due malcapitati, di cui Pezzuto in un capitolo ad hoc, il quinto, rievoca anche la criminalizzazione mediatica («Costruire due mostri»), vennero dopo un tortuoso iter processuale condannati a cinque anni e quattro mesi (Scattone) e a 4 anni e due mesi (Ferraro). Il tutto dopo che il 6 dicembre 2001, la prima sezione penale della Corte di Cassazione, su richiesta conforme del Procuratore Generale Vincenzo Geraci (il quale definì «basi di sabbia» le testimonianze di Gabriella Alletto e di Maria Chiara Lipari, aggiungendo che erano da «gettare alle ortiche») aveva annullato le condanne di primo e secondo grado.

La Cassazione stigmatizzò i metodi degli inquirenti, manifestando anche...

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