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L'Isis e l’autogol dell’Occidente

Ne «Il falso nemico» Formigli analizza l’ascesa del Califfato nero. Un libro con le nostre responsabilità nella crescita del terrorismo islamico

L'Isis e l’autogol dell’Occidente

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L’Isis nacque finanziata dall’America di Obama e da altri Paesi nostri, almeno teorici, alleati, vedi la Turchia di Erdogan. Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Magari ritenendole un tantino esagerate. Al limite vere ma con il gusto del paradosso. Adesso, dopo la lettura del libro di Corrado Formigli, unico giornalista italiano, e non solo italiano, ad avere visto di persona il disastro di Kobane e le stragi del «califfo nero», sappiamo quasi con certezza di avere cullato in grembo quello che lui stesso chiama «Il falso nemico». Che ovviamente è anche il titolo del suddetto libro uscito in prima edizione questo settembre per la Rizzoli. 129 pagine pari a 2007 posizioni per chi legge su ebook. Con un tempo raccomandato di lettura continua pari a due ore e cinquantaquattro minuti.

La chiave con cui Formigli, noto al pubblico per la trasmissione «Piazza pulita», che grazie a Dio è molto più di un talk show, trasmette quello che ha visto è questa: noi in Occidente ci stiamo facendo del male da soli. Ad esempio con il fatto che «...Il califfato sponsorizza i muri. Caldeggia la vittoria dei partiti xenofobi. Spera che l’intolleranza separi sempre più le nazioni e attizzi il conflitto sociale».

Come a dire: ci stiamo cascando in pieno. Altro che non cambiare stile di vita. Lo abbiamo già cambiato e in peggio. D’altronde anche il terrorismo delle Brigate rosse mirava a «peggiorarci» per poi potere dire a coloro in nome dei quali ammazzava i padri di famiglia italiani della politica, della magistratura, della polizia, dei carabinieri, del giornalismo, del sindacato e di tante altre categorie di lavoratori, che «lo stato imperialista delle multinazionali rispondeva con la repressione». Di modo da attirare quanti più autonomi border line possibili dentro le fila delle Br stesse.

Lo stesso è avvenuto oltre 25 anni dopo con i tanti disadattati che hanno ingrossato le fila dell’Isis, i cosiddetti foreign fighters. Per non parlare delle cellule impazzite che si sono attivate in tutta Europa.

Non è una novità che la paura e la repressione generalizzate favoriscono in realtà il proselitismo e il reclutamento. Ma il peccato capitale e la differenza peculiare con il terrorismo di matrice islamica, e religiosa in generale, è anche nell’effetto formicaio: «Se tu li vai a colpire a casa loro poi quelli sciamano e arrivano fino a casa tua».

Formigli, che recandosi a Kobane quando nessuno osava ha di per sé già compiuto un atto di «eroismo giornalistico», non manca di far sentire al lettore un pathos particolare. Ma è inevitabile: quando davanti ai tuoi occhi vedi la gente straziata dai bombardamenti o le donne rapite e stuprate dai guerriglieri di Al Baghdadi o le persone ridotte in schiavitù, o intere etnie, come quella yazida, sottoposte a una sorta di Olocausto dei giorni nostri, che altro devi fare se non raccontare in diretta quell’incubo chiamato Isis?

Ciò nonostante il nemico che sarebbe «falso», perché foraggiato e cresciuto dall’Occidente in chiave anti Assad, esattamente come i Talebani e Bin Laden furono allevati in chiave anti Urss, in realtà diventa non di certo un amico bensì qualcuno che non puoi individuare esattamente per combatterlo in maniera tradizionale.

Resta l’attività di prevenzione e intelligence come unica arma in questo momento, perché ogni guerra porta ormai un terrorismo di ritorno. Ma questa intelligence deve essere veramente «intelligente», absit iniuria verbis, e non può sostanziarsi nella chiusura di una frontiera o nel cacciare via i profughi delle guerre e del terrorismo come se fossero stati loro a provocarli. C’è insomma da tenere a bada non solo l’impazzimento del formicaio ma anche quello dei tanti formichieri. Che procedono di pari passo.

Per citare le parole del prologo a questo libro usate da Formigli, «di fronte all’immagine del piccolo Aylan Kurdi morto a cinque anni sulla spiaggia turca di Bodrum. Di fronte alle immagini vergognose della jungle di Calais, baraccopoli sterminata di immigrati sospesi tra Francia e Regno Unito. Perfino davanti alla vittoria del "leave" al referendum sulla Brexit, esulta il jihad globale».

Quello che da questa parte del mondo non si riesce a capire, sembra dire tra le righe Formigli, è che anche i terroristi sanno come comunicare e dividere la nostra opinione pubblica. E anche usare con precisione chirurgica una strategia di attacchi che da Nizza alla Germania, passando per Parigi, gli Stati Uniti e il Belgio, ancorché condotti da lupi solitari o da cosiddetti «depressi», ha invece un qualcosa di matematico addirittura nella propria prevedibilità.

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