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Le lacrime dell’undici settembre

La commemorazione delle stragi percorsa dalla contesa elettorale VIDEO Malore per la Clinton che viene sorretta dagli uomini dello staff

Le lacrime dell’undici settembre

15TH ANNIVERSARY OF 9-11 TERRORIST ATTACKS IN THE UNITED STATES

Si può tentare finché si vuole di metter sullo sfondo la contesa elettorale negli Stati Uniti, ma è difficile farlo, soprattutto se essa è così feroce come quella attuale. E dunque c’è molto di politico in questo quindicesimo anniversario dell’11 settembre, caduto a 58 giorni dalle elezioni. A Ground Zero, New York, dove sorgevano le Torri, alle 8:46, orario dell’attacco, comincia la commemorazione, ci sono i due runners, la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump. Si accomodano lontani l’uno dall’altro, niente ossequi al «united we stand», il motto che, in quei giorni, riunì in un abbraccio un quadro politico lacerato forse come oggi. E c’è (sulla scena) Barack Obama, ormai avviato alla porta d’uscita della Casa Bianca. Ha pronunciato il suo discorso di ricordo dal Pentagono, altro luogo dove, quella mattina, si abbattè un aereo dirottato dai killer Al Qaeda. Nelle parole del presidente, è contenuto un po’ di tutto. C’è il pathos commemorativo: «Le scritture ci dicono che non dobbiamo mai dimenticare l’amore e la fedeltà dobbiamo inciderle nel nostro cuore. Non dimenticheremo mai le tremila vittime che ci sono state sottratte». Ma c’è anche uno sguardo in avanti, a quell’8 novembre che sancirà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Gli americani, spiega Obama, «non devono cedere alla paura. Sappiamo che la nostra diversità, la nostra variegata eredità non è una debolezza, ma la nostra più grande forza». E ancora: «I gruppi come Al Qaeda e Isis sanno che non saranno mai in grado di sconfiggere una grande nazione», per questo «cercano di terrorizzarci mettendoci l’uno contro l’altro». Parole che rappresentano una stoccata a Donald Trump, marchiato come candidato divisivo, in continuità con quanto detto dalla Clinton alla Cnn qualche ora prima: «La retorica di Donald Trump ha solo alimentato le motivazioni che guidano l’Isis».

Dal suo canto Trump non rinuncia ai suoi temi, definendo quello di ieri «il giorno del ricordo ma anche il giorno della risolutezza. Perché il nostro solenne dovere è quello di lavorare insieme per rendere il Paese sicuro di fronte ad un nemico che non cerca nient’altro che distruggere il nostro modo di vivere». Ma è anche un altro il fulmine elettorale che si abbatte su Ground zero. Dopo i sei minuti di silenzio. Prima che finisse la rituale lettura dei nomi delle vittime Hillary Clinton ha un malore e viene portata via dal suo cordone di sicurezza.

 

 

 

 

«She felt overheated», ha avuto un colpo di calore, dirà più tardi il suo portavoce, ma un filmato che ha preso a circolare poco dopo la mostra mentre, sorretta dallo staff, camminando a scatti guadagna a fatica il suo suv, e prima di salire fa per cadere a peso morto. La portano, viene detto più tardi, a casa di sua figlia Chelsea, Flatiron District, da dove esce oltre un’ora dopo. Sorride, si concede ad una foto con una bambina che le corre incontro. Ai giornalisti risponde che sta «molto bene». Il fatto che il Washington Post dedichi a questo l’apertura del sito, però, la dice lunga sulla piega che prende la giornata. Perché in questa campagna elettorale si è molto discusso sulle condizioni di salute della Clinton, alimentando una serie di teorie internettiane più disparate, dall’epilessia al male incurabile. In un lungo articolo sul sito WP, Chris Cillizza ha scritto che ora, dopo quanto accaduto ieri, Hillary dovrebbe dire una parola chiara sulle sue condizioni. È stato questo, in pratica, l’11 settembre di ieri. E tutto il resto sullo sfondo. I protagonisti di allora, con Giuliani (in quel giorno di morte Sindaco di New York) quasi una comparsa a Ground Zero accanto a Donald Trump, e George W. Bush lontano dalle cerimonie ufficiali e raccolto in preghiera in chiesa a Dallas. E sullo sfondo anche le vittime, gli eroi, i familiari di quel giorno. Fagocitati, pure loro, dal mostro mediatico della campagna elettorale.

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