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Il grande bluff delle "pillole del sapere"

I filmati didattici per le scuole erano "scadenti, inutili" e pagati a peso d’oro La Corte dei conti condanna tre dirigenti del Miur a pagare 135mila euro

Il grande bluff delle "pillole del sapere"

PILLOLE

Effetti collaterali per le «pillole del sapere», le videografiche informative fatte realizzare per le scuole (della durata di 4 minuti), pagate 39 mila euro ciascuna (costo totale 769 mila e 599 euro) dal ministero dell’Istruzione nel 2012 e finite sotto inchiesta. Ma, mentre il giudice penale ha prosciolto con il non luogo a procedere, i tre funzionari statali accusati sono stati invece condannati dalla Corte dei conti a risarcire complessivamente 135 mila euro di danni erariali. Perché, scrivono i giudici contabili, «proprio la lettura della sentenza penale fa emergere manifesti profili di mala gestio da parte di tutti i convenuti, evidenziando, nel contempo, che il proscioglimento in sede penale degli stessi deriva da gravi carenze nell’attività di indagine da parte del P.M. penale; generica contestazione degli addebiti e mancanza di prova del dolo specifico». I tre condannati sono Giovanni Biondi, capo dipartimento della Programmazione del Ministero (risarcimento di 35 mila euro), Antonio Giunta La Spada, direttore dell’Agenzia Nazionale per l’Autonomia Scolastica (90 mila euro) e Massimo Zennaro, direttore generale per lo studente del Miur (10 mila euro).

 

LE PILLOLE DI TRAVERSO

I filmati fatti confezionare per le scuole, della durata che oscilla dai 3 ai 4 minuti e 40 secondi, spaziano dall’educazione alimentare a quella stradale (un video sui semafori spiega la funzione delle 3 diverse lampade) dalla storia alla geografia (il numero zero era una sorta di bignami sul Portogallo). A far andare le pillole di traverso era stata l’inchiesta della trasmissione televisiva "Report" nel 2012. E la successiva commissione di verifica indipendente, istituita dal Ministero, non ha certo indorato le pillole del sapere: «Lo spirito che permea questi prodotti non è didattico, cioè non offre gli strumenti, i concetti, le idee, i percorsi logici che permettano agli studenti di appropriarsi di un argomento. Il 50% degli argomenti trattati sembrano più pubblicità progresso che materiale didattico». Anche per la Procura contabile «tali prodotti, consistenti in filmati caratterizzati dalla superficialità e dalla ridotta attitudine didattica, sono stati fra l’altro acquisiti dall’Amministrazione a fronte di un prezzo esorbitante rispetto al reale (ridotto) valore commerciale (quantificato da consulenza tecnica in atti in circa € 500.000)».

 

LA SENTENZA

E la Sezione Giurisdizionale per la Regione Lazio ha così sentenziato: «Dall’esame degli atti di causa non pare risultino margini di dubbio in ordine alla sicura sussistenza di un pregiudizio erariale; in questo quadro, deve constatarsi l’accurata costruzione di un meccanismo di spesa, consistente sostanzialmente nell’ideazione di "scatole cinesi" (o di matrioske) al di fuori della normativa vigente (ma soprattutto al di fuori della ragionevolezza), vòlto a instaurare un rapporto esclusivo con un imprenditore privato e a depauperare le pubbliche finanze». Per i giudici contabili, infatti, «l’obiettivo dei partecipanti all’illegittimo sodalizio era di giungere a negoziati esclusivi e diretti, al di fuori di qualsiasi logica concorrenziale e di mercato, con la società Interattiva Media». Anche perché «nessuno dei componenti si è mai in alcun modo curato di verificare i costi di produzione e di vendita di prodotti analoghi da parte di altre imprese operanti nel settore; men che meno si è mai ipotizzata una ricerca di mercato orientata: la scelta del prodotto (riconosciuto come palesemente scadente anche dal Giudice penale, nell’ambito delle proprie competenze) era stata già fatta, a monte». Ed anche «la divisione della spesa in ventuno distinti contratti è stata un frazionamento, in violazione del Codice dei contratti pubblici». Il tutto per un progetto forse neanche portato a termine: «Non è neppure chiaro se tutti i prodotti, benché rapidamente pagati, siano stati tutti consegnati», conclude la Corte dei conti. La quale ha però respinto la tesi della Procura sulla «totale inutilità del prodotto e della conseguente spesa», decidendo «di limitare il danno alla differenza fra la maggiore spesa irragionevolmente sostenuta dalla Pubblica Amministrazione e il valore commerciale del prodotto acquisito». Ossia 269.599 euro ma, «la mancata chiamata in giudizio di alcuni soggetti comporta la detrazione, dal quantum effettivamente risarcibile» a 135mila euro.

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