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«Gli ho bucato gli occhi e gli ho aperto il cervello»

Il racconto del Canaro. Mai a Roma un delitto così. Sette ore di torture nel negozio di toilette per cani LA PERIZIA «La sua mente annebbiata anche a causa della coca»

«Volevo far rassomigliare la sua faccia a quella di un cane e così gli ho anche tagliato le orecchie come facevo ai dobermann. Sembrava uno zombie. Non moriva mai. Alla fine, esasperato, gli ho aperto la bocca con una chiave inglese, rompendogli i denti, e l’ho soffocato mettendogli dentro tutto quello che gli avevo amputato. Poi l’ho portato tra i rifiuti, dove si meritava, e gli ho dato fuoco...».

È il 20 febbraio del 1988 e Pietro De Negri, nato il 28 settembre 1956 a Calasetta, in provincia di Cagliari, è davanti al pubblico ministero Olga Capasso. Il magistrato indaga sull’omicidio del ventisettenne Giancarlo Ricci, ex pugile dilettante trovato morto in un prato trasformato in discarica di via Belluzzo, nel quartiere romano del Portuense. De Negri ha un negozio di toilette per cani alla Magliana, è sposato, ha una figlia ed è un uomo minuto, mite, apparentemente inoffensivo. Il cadavere seviziato, mutilato e semicarbonizzato di Ricci è stato scoperto il giorno prima. E, considerate le modalità dell’omicidio e il fatto che la vittima faceva uso di cocaina, gli investigatori della prima sezione della Mobile diretta da Antonio Del Greco imboccano subito la pista del regolamento di conti malavitoso. A San Vitale vengono interrogate 85 persone. Una di loro, Fabio Beltrano, amico di Ricci, fa dirottare le indagini sul proprietario del negozio della Magliana: «L’ultima volta che ho visto Giancarlo è stato ieri pomeriggio - racconta - l’ho accompagnato a un appuntamento che aveva in un negozio di toilette per cani in via della Magliana 253. Poi non l’ho più visto».

Così si arriva a quello che verrà ribattezzato «er canaro della Magliana». La sua confessione è agghiacciante. «In tutta la mia carriera non mi era mai capitato un caso più efferato di questo. Anzi, credo che in tutta la storia del crimine non ne esiste uno simile», spiegherà dopo averlo ascoltato l’allora capo della squadra mobile Rino Monaco. La polizia, con l’aiuto dell’assassino, ricostruisce la dinamica del delitto. De Negri racconta di essere stato a lungo perseguitato da Ricci, un ragazzone alto e grosso, e riferisce di aver subito in silenzio le sue continue angherie. Ricci l’aveva pure costretto a dargli le chiavi del suo negozio, per rubare in quello accanto. Scoperto, lui era finito in galera, ma non aveva parlato. Il pugile, nel frattempo, aveva dilapidato tutto il bottino. Una volta fuori, invece della sua parte, De Negri aveva ricevuto una bella razione di botte. Tanto per cambiare. Non solo: mentre era in cella, la moglie lo aveva lasciato. Davanti al pm si descrive come Davide contro Golia e spiega il vaso era traboccato quando l’ex pugile lo aveva schiaffeggiato davanti alla figlia Sara, gli aveva «sequestrato» uno stereo e l’aveva ricattato per avere in cambio 200 mila lire. Quindi, come se non bastasse, aveva picchiato la sua cagnolina. Era troppo. «Davide» prepara l’agguato: quel 18 febbraio rivela a Giancarlo Ricci che aspetta uno spacciatore. Gli deve portare un etto di cocaina. I due organizzano una finta rapina per impossessarsi della droga. Ma la storia del pusher è falsa.

Ricci arriva sul posto con la sua Alfa Romeo in compagnia di Fabio Beltrano, che però non entra. De Negri convince la vittima a infilarsi in una delle gabbie per i cani sotto al bancone di metallo per non essere visto. Quindi uscirà e lo aiuterà a portare a termine il colpo. Un’altra bugia. A quel punto, scattano le serrature e l’ex pugile è in trappola. Una trappola letale. Ricci si arrabbia, urla, impreca. Il «canaro» alza al massimo il volume della sua nuova radio e, per stordirlo, spruzza addosso al prigioniero della benzina con un nebulizzatore. Giancarlo riesce a tirare fuori la testa e lui gli assesta una bastonata che lo tramortisce. Quindi lo tira fuori dalla gabbia e lo immobilizza su un tavolaccio con le catene e i ganci che usa per i quadrupedi. Afferra una tronchese e gli trancia le dita delle mani. Cauterizza le ferite con la benzina e le fiamme. Vuole che il suo persecutore soffra molto e muoia lentamente. Ricci si risveglia per il dolore, lo insulta, lo minaccia. Ma non può fare nulla. De Negri lo sfida: «Chi è stato a ridurre così er puggile?» E lui risponde: «Er canaro!».

Dopo aver nuovamente stordito il suo «Golia», Pietro gli taglia la lingua. Ricci si riprende per l’ennesima volta. «Ora non puoi nemmeno fare l’infame, comunque se non mi metti in mezzo ti potrei portare all’ospedale», promette il suo carnefice. Ma è un’affermazione presto smentita dai fatti. La tortura va avanti. Con un coltello De Negri gli «scontorna» dal volto le labbra, la punta del naso, le orecchie. Infine lo evira. «A Giancà ma quale uomo, sei una femminuccia», gli dice dopo l’ultimo, atroce oltraggio. Non soddisfatto, infila in bocca all’ex pugile gli arti amputati, provocandone - sosterrà lui - la morte per asfissia. Gli spacca i denti a martellate, gli apre la scatola cranica, «lava» il cervello con lo shampoo per cani e gli perfora le orbite. Infine, gli ficca un pollice nell’ano.

«Sentivo il desiderio di smontarlo», scriverà in un memoriale redatto in carcere, «continuavo a parlargli e m’incazzavo perché era già morto e continuavo a infamarlo. Di tanto in tanto gli sferravo calci addosso... Ancora oggi sono convinto che lo rismonterei di nuovo tutto. Non nego che sto a posto con la mia coscienza. Ritengo che solo chi ha conosciuto il Ricci Giancarlo o chi ne ha subito oltraggio, possano capire il mio stato d’animo, le mie emozioni che m’hanno portato al mio diabolico gesto... L’incubo era finalmente finito. Invece dovevo riscontrare che era appena cominciato. M’hanno preso». In un altro passaggio della sua versione dei fatti dirà: «Quell’infame non moriva mai. Continuava a respirare. È stata dura. Ma se rinascessi lo rifarei. Il cadavere di quello zombie avrei voluto portarlo in piazza per mettere sopra un cartello grosso come una casa con la scritta: "Ed ecco qua l’ex pugile!". Non sono pazzo - aggiungerà - ho compiuto quel massacro per amore di giustizia e sono pronto a rifarlo... non solo mi sono vendicato delle angherie subite, ma ho liberato il quartiere da un infame... Prendevo cocaina per farmi coraggio, ma ero e sono lucidissimo. Sono un uomo e sono disposto a pagare il mio debito con la giustizia. Se qualche perizia mi dovesse dare torto, mi ucciderò. Comunque adesso alla Magliana staranno tutti festeggiando...».

L’orrore nella bottega del parrucchiere per cani dura sette ore. Conclusa la sua impresa, De Negri aspetta la notte e trasporta il cadavere sistemato in un sacco di plastica nel prato incolto e pieno di immondizia. E gli dà fuoco.

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