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Il delitto Mollicone e il segreto della colf

La domestica del maresciallo: mi chiesero di pulire la caserma con l’acido Ecco perché i Ris, 15 anni dopo, cercano le tracce ematiche di Serena

 

La svolta nel delitto di Arce è tutta racchiusa in tre righe di una dichiarazione rilasciata 15 anni fa da una donna delle pulizie ai carabinieri. La collaboratrice domestica della famiglia Mottola viene chiamata d’urgenza nelle ore successive alla scomparsa di Serena Mollicone, per pulire un alloggio disabitato presente al piano terra della caserma. «La signora Mottola - spiega in un verbale dell’epoca la colf - mi chiese espressamente di pulire quell’appartamento con dell’acido muriatico». Parole che per tutti questi anni sono rimaste impresse in un verbale ingiallito e ritrovato nei mesi scorsi dall’avvocato Dario De Santis, legale della famiglia Mollicone.

Un atto di estrema importanza che è stato inserito nell’opposizione all’archiviazione e che è stato ritenuto essenziale dal gup Angelo Valerio Lanna che nell’ordinanza di proroga delle indagini così evidenzia: «È necesario un nuovo esame circa la compatibilità tra le fratture craniche riportate dalla ragazza e l’azione eventualmente consistita nell’impatto della testa su una superficie dura. Si rammenterà infatti come - all’interno di uno degli alloggi della caserma - fosse presente una porta, che risultava esser stata rotta all’altezza di circa 1.50 - 1.60 metri, mediante un urto violento. Una delle ipotesi investigative percorse, è che il capo della ragazza sia stato violentemente portato a collisione con la suddetta porta, così scaturendone il decesso. Cosa che, sempre secondo il costrutto accusatorio, giustificherebbe non solo la presenza della porta rotta, ma anche l’utilizzo da parte di una collaboratrice domestica, su indicazione della signora Mottola, di acido muriatico per pulire i locali (trattasi dell’unico elemento chimico in grado di eliminare tracce ematiche)».

Il gup punta l’indice sui motivi per cui un appartamento vuoto e in disuso avrebbe dovuto essere pulito con una sostanza tanto alterante. La procura ha chiesto l’ausilio dei carabinieri del reparto investigazioni scientifiche di Roma che sabato scorso hanno effettuato accertamenti irripetibili nella caserma di Arce. Il personale del capitano Cesare Rapone, insieme al medico legale Cristina Cattaneo, lo stessa che ha effettuato gli accertamenti nel caso di Yara Gambirasio, ha passato al setaccio un alloggio al piano terra, proprio davanti l’ingresso e alla guardiola del piantone. Niente è sfuggito al reagente del luminol. I militari della compagnia di Pontecorvo, con i colleghi del reparto operativo provinciale di Frosinone hanno registrato, fotografato e annotato ogni mossa, ogni azione. Saranno poi loro, coordinati dal procuratore capo Luciano D’Emmanuele e dal sostituto procuratore Maria Beatrice Siravo, a dover mettere insieme i taselli di questo intricato puzzle che da 15 anni attende la conclusione.

Le indagini, quindi, ripartono dalla caserma di via Valle. L’ex comandante, il maresciallo oggi in congedo, Franco Mottola, la moglie e il figlio, sono gli unici tre indagati per la morte della studentessa. Nei loro confronti, la procura di Cassino ha aperto un fascicolo per «omicidio volontario e occultamento di cadavere». «Un atto dovuto - spiega il procuratore capo D’Emmanuele - che servirà a chiarire la posizione degli indagati».

Per gli investigatori dell’Arma e la magistratura Serena Mollicone sarebbe entrata nell’appartamento al primo piano della caserma e da qui non sarebbe mai più uscita viva. A supportare questa tesi anche le dichiarazioni rilasciate nel 2008 dal brigadiere Santino Tuzi che in un interrogatorio riferisce ai colleghi di aver visto la studentessa entrare in caserma. Tuzi, tre giorni dopo la deposizione, si è tolto la vita. Nei giorni successivi al suicidio avrebbe dovuto essere sottoposto ad un confronto con il suo ex comandante. La famiglia Tuzi ha sempre sostenuto che il sottufficiale non aveva motivi per uccidersi e che sarebbe stato istigato a spararsi un colpo al cuore. La dottoressa Cattaneo, dopo aver esaminato le fotografie che immortalano la ferita alla tempia sinistra della diciottenne, saprà dire se sia necessaria una riesumazione oppure se la lesione alla fronte occipitale possa essere compatibile con l’urto contro la porta rotta.

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