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Dal massacro del Circeo a una morte piena di dubbi

Nove settembre 1994, Andrea Ghira

I criminali più astuti hanno facce innocue e modi gentili. In quelli più feroci, invece, cogli un guizzo malefico che trapassa lo sguardo. Andrea Ghira, classe 1953, era espressione della prima categoria di individui ma apparteneva anche alla seconda per curriculum vitae. Ha dribblato episodi raccapriccianti come il massacro del Circeo, di cui è stato ideatore, ed ha custodito i segreti della sua lunga latitanza senza mai svelarsi. È sempre stato, agli occhi dell'opinione pubblica, un personaggio incongruo: il più cattivo eppure dotato di occhi da adolescente affetto da malinconia. Se di Guido e Izzo si conoscono smorfie e ghigni, Ghira ha offerto di se stesso solo fotografie. Foto del passato, foto del presente, foto della fine, foto di una «resurrezione» sospettata. È morto, dice la scienza che su un cadavere ha trovato la sua impronta genetica, a causa di una overdose da eroina il 2 settembre 1994, dopo che si era arruolato nel «Tercio», la legione straniera spagnola e dalla legione era stato espulso, nel 1993, proprio per la sua tossicodipendenza. Una foto scattata dai carabinieri del Ros a Roma nord, davanti alla casa di una prostituta, il 16 novembre 1995, un anno dopo la morte di Ghira, insinua dubbi laddove i dubbi dovrebbero essere morti e sepolti con lui: tre anni di indagini su quello scatto che immortala un uomo barbuto straordinariamente somigliante a Ghira, dicono nel 1998 che si tratta proprio del latitante tanto ricercato. Tuttavia il medico legale Carla Vecchiotti, già allieva della zia materna di Ghira, Matilde Angelini Rota, ha sentenziato che il dna del corpo sepolto in tutta fretta, con la siringa del «buco» fatale ed una coperta addosso, è proprio suo. E allora sono solo voci quelle che parlano di un fantomatico complotto ordito per consentire ad Andrea Ghira di iniziare una nuova vita senza l'assillo di essere inseguito dalle forze dell'ordine? No, disse Donatella Colasanti, la romana scampata al massacro del Circeo: «Indagate meglio». Poi morì, vittima di un cancro: dopo le 36 ore di sevizie ad opera di Ghira, Izzo e Guido, nella villa «Moresca» di Punta Rossa, a San Felice, non era più guarita. Non aveva rimosso, digerito o dimenticato lo choc. Il libro «Tre bravi ragazzi», di Federica Sciarelli, si esprime in termini chiari: «L'esame del dna è stato effettuato da persona non imparziale». L'esame della fotografia scattata al corpo di Ghira presenta anomalie che vanno dalla corporatura dell'uomo alla posizione scomposta in cui non dovrebbe trovarsi. Ma sono chiacchiere queste, perché non si ha motivo di dubitare della correttezza delle indagini svolte. Va detto che ben prima del 1995, anno in cui uscì fuori la notizia della sua morte (accadde proprio quando polizia e carabinieri avevano ripreso la loro caccia al criminale italiano) «radio carcere» aveva diffuso la voce del suo decesso. In tempi non sospetti.

Suo padre è Aldo, è un imprenditore edile ed ex nuotatore di successo; sua madre una nobildonna triestina, Maria Cecilia Angelini Rota. Abitano nel quartiere più esclusivo di Roma, Parioli, dove Andrea nasce nel 1953. Lusso e buone frequentazioni ma Ghira coltiva miti sbagliati: si fa chiamare Jacques, come Jacques Berenguer, leader della banda dei Marsigliesi. Al liceo «Giulio Cesare» fonda un gruppo che teorizza il crimine come mezzo di affermazione sociale. È detestato dagli altri studenti. Temuto, anche. Idolatrato dai suoi seguaci. Lui e tutti gli altri hanno debolezze che intendono esorcizzare con la violenza. È sempre stato legato alla Destra, ma il Fronte della Gioventù lo espelle e allora punta sul gruppo estremista «Lotta di Popolo». Coinvolto nel sequestro dell'industriale Marzano, va in galera per diciotto mesi. La festa al Circeo con le spaurite Donatella Colasanti e Rosaria Lopez è il suo modo di festeggiare la scarcerazione, avvenuta tre mesi prima, con un fine settimana dedicato alla sopraffazione, allo sfogo sessuale, alla mortificazione altrui. Andrea Ghira è uno di poche parole. Un'amica racconta: aveva una cicatrice all'altezza dell'inguine, una ferita da contatto: quello era il punto in cui portava, sotto ai pantaloni, la sua pistola.

Quando vengono trovate le ragazze (chiuse nel bagagliaio di un'auto) Gianni Guido e Angelo Izzo vengono arrestati. Massimo Ghira, si dirà, fugge su un treno di pellegrini diretto a Lourdes: risulta latitante dal primo ottobre 1975. Vive sei mesi in un kibbutz. Il 26 giugno, con il nome di Massimo Testa de Andres, si arruola nel Tercio «Duque de Alba» a Madrid. A Melilla, enclave spagnola in Marocco, diventa caporalmaggiore. Viene arrestato perché scoperto a drogarsi, poi di nuovo sanzionato e nel 1993 espulso per le sue «condizioni psicofisiche». Il 9 settembre 1994 è una vicina di casa, Dolores Carmona, ad insospettirsi; dall'appartamento spartano di Massimo-Andrea proviene un odore irrespirabile. Quando viene scoperto il cadavere, a Dolores viene fatta vedere la foto di Ghira: «Sì, es el» dice lei. Lo descrive come un «hombre bueno», che passa le sue giornate giocando con i bambini, frequentando la fidanzata, drogandosi. Tutti i giorni. Dal 1985.

La notizia ufficiale arriva in Italia solo nel 2005, quando le indagini sulla sua latitanza hanno ripreso vigore. Le autorità spagnole confermano: le impronte sono quelle di Ghira. La famiglia dal canto suo ammette: sapevano da anni della sua morte, non l'hanno detto perché volevano evitare un altro processo mediatico. Nel 2000, senza avvisare le forze dell'ordine, si erano rivolti al Tribunale per chiedere la «morte presunta» del loro congiunto. C'erano problemi di eredità (250.000 euro più immobili) che erano congelati e rischiavano di danneggiare gli altri eredi. La richiesta viene respinta. La tomba di Ghira viene scoperchiata il 14 novembre 2005. Sulla lapide c'è la data della morte, 11 aprile 1994. Tomas Tomé, direttore del cimitero: «È solo un errore». I risultati, dodici giorni dopo: il corpo è suo.

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