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Sventato attentato all’Expo 2015

Fermato un tunisino jihadista di 30 anni che minacciava sul web un attacco LEGGI ANCHE Antagonisti è allerta massima

La minaccia di un attentato all’Expo 2015 era «concreta». Sotto la bandiera della jihad voleva seminare il terrore tra le migliaia di persone che da domani affolleranno i padiglioni dell’Esposizione universale a Milano. Le manette sono scattate per un cittadino tunisino di 30 anni, accusato di aver pianificato con dovizia di particolari un attacco di matrice fondamentalista. Una strage, forse, che avrebbe avuto grande eco mediatica a livello internazionale.

 

FERMATO A 2 GIORNI DALL’INAUGURAZIONE Gli investigatori dell’Antiterorrismo hanno seguito tutte le sue tracce sul web, finché è uscito allo scoperto. È stato fermato a due giorni esatti dall’inaugurazione della manifestazione. I dettagli dell’operazione sono top secret, e all’ufficio requirente della Procura milanese c’è massimo riserbo. Tuttavia sono emersi alcuni particolari legati al progetto di un attentato. A partire dalle sue conversazioni sulla rete, che avrebbero fatto scattare l’allarme. Ma andiamo con ordine. Il pool antiterrorismo di Milano, alla giuda dell’aggiunto Maurizio Romanelli, aveva avviato un’inchiesta contro ignoti per la sospetta organizzazione di un attentato all’Expo. Tuttavia i magistrati non erano riusciti a identificare l’ideatore del piano stragista. Intanto, però, una medesima indagine era stata aperta dal coordinatore capitolino per i reati terroristici, l’aggiunto Giancarlo Capaldo, e dal sostituto Tiziana Cugini.

 

LE SUE TRACCE SUL WEB Ed è stato proprio l’ufficio requirente di Roma a incastrare l’uomo. Il giovane magrebino si era esposto molto sulla rete, pubblicando fotografie e minacce contro l’Expo. Prima che il sito venisse oscurato dalla polizia postale, gli investigatori sono riusciti a identificarlo. Il sospetto jihadista aveva, infatti, lasciato una traccia informatica: grazie al file di log (che registra l’attività di un server sul web), si è riusciti a risalire a un suo familiare, cui era intestato il sito internet. Il pm Cugini aveva già chiesto ulteriori strumenti d’indagine, per capire se il tunisino avesse alle spalle una cellula e dei complici pronti a combattere con lui la «guerra santa», oppure se la sua intenzione era quella di agire in solitaria, organizzando un attentato estemporaneo, frutto di un singolo gesto folle. Ed è stato in questa fase degli accertamenti che i due uffici requirenti, Roma e Milano, hanno scoperto di avere la stessa indagine. Per questo motivo, martedì la Procura lombarda ha chiesto a quella della Capitale di acquisire, per competenza territoriale, l’informativa redatta dalla polizia giudiziaria sul conto del tunisino e ieri ha proceduto col fermo. Non c’è stato nemmeno il tempo tecnico di chiedere l’autorizzazione al gip per l’arresto. Il countdown era già cominciato, infatti, le lancette scorrevano velocemente verso l’inaugurazione dell’Esposizione universale che, a partire da domani, ospiterà capi di Stato provenienti da tutto il mondo.

 

IL COORDINAMENTO NAZIONALE L’esistenza di due diverse indagini sulla medesima vicenda pone l’accento sull’esigenza di implementare un coordinamento nazionale in materia di terrorismo. Di fatti - stando anche agli accertamenti compiuti in varie inchieste dei carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale) e della Digos della polizia di Stato - le varie «cellule jihadiste» operano in sinergia tra loro e in diverse città italiane, segno di una ramificazione che sfugge ai concetti giuridici di competenza territoriale del reato.

 

LE INCHIESTE DI ROMA D’altronde, anche l’operazione compiuta nei giorni scorsi dalla Procura di Cagliari, che ha smantellato una «cellula» operante a Olbia, ha svelato l’esistenza di più gruppi operanti anche nella Capitale, che avevano sede in alcuni locali in via Spensatello. Difatti, le indagini coordinate dall’aggiunto Capaldo, hanno fatto luce su un sospetto proselitismo di matrice Isis a Roma. Un’organizzazione di tipo terroristico finita nel registro degli indagati, che avrebbe foraggiato, attraverso la rete internet, il concetto di jihad, la guerra santa contro il mondo occidentale. Parallelamente sono state individuate diverse forme di finanziamento al terrorismo internazionale, attraverso raccolte fondi.

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