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«Quelle montagne non saranno più le stesse»

Davide Di Santo d.disanto@iltempo.it L’ultima volta che Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e appassionato di alpinismo, ha affrontato le vette dell’Himalaya è stato nel 2006. «Avevo in programma...

L’ultima volta che Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e appassionato di alpinismo, ha affrontato le vette dell’Himalaya è stato nel 2006. «Avevo in programma di tornare nella regione a settembre per affrontare l’Ama Dablan. L’ultima volta, arrivato a 6mila metri, una nevicata mi ha costretto a tornare indietro. Ora non so se sarà possibile partire».

Lei conosce bene i luoghi del sisma. Che idea si è fatto?

«Vedo due immagini completamente diverse. Da un lato Katmandu, un fitto agglomerato di piccole costruzioni molto fragili. Putroppo è facile immaginare l’impatto che un terremoto di quella forza possa avere anche per quanto riguarda le operazioni di soccorso. Diverso il discorso dei campi base e delle vie che vanno sull’Himalaya. Chi affronta l’Everest e le altre grandi vette sa che va incontro a molti rischi. Ora si unisce un nuovo pericolo: tutto quello che era certo fino a ieri ora non conta più».

In che senso?

«Questo terremoto ha sicuramente sconvolto l’aspetto della montagna facendo venire meno tutte le "sicurezze". Vie di roccia consolidate, certi percorsi che fino a ieri si consideravano praticabili. Ci vorranno anni prima di capire come è cambiato il territorio».

Conosceva qualcuno degli alpinisti coinvolti?

«L’unico che conosco è Gian Pietro Verza, responsabile tecnico della Piramide Ev-K2 del Cnr, che ha dato le prime notizie. Mi ha raccontato che da anni la stazione di ricerca si sposta di 5 centimetri l’anno, ulteriore dimostrazione del movimento tettonico che ha provocato queste scosse. Proprio la Piramide presieduta da Agostino da Polenza rende sempre più centrale il ruolo dell’Italia in quella regione. Oltra ad attivarci per aiutare le popolazioni colpite il nostro Paese dovrebbe mobilitare la sua ricerca scientifica per studiare come è cambiato il territorio».

Lo sconvolgimento della morfologia della zona accresce anche i rischi degli alpinisti improvvisati, sempre più numerosi?

«In realtà scalare l’Everest o il K2 è molto costoso e le risorse economiche sono già un discrimine importante che limita il numero di coloro che si improvvisano alpinisti. A parte i professionisti e gli appassionati veri, però, esiste il mercato di chi, pagando profumatamente, si fa letteralmente trascinare in vetta con le bombole di ossigeno. È un fenomeno che spesso provoca tragedie e temo non si fermerà neanche dopo questo terremoto».

Cosa rappresentano per lei l’Himalaya e la sua vetta più famosa, l’Everest?

«Ogni montagna ha un significato particolare, a partire dalle nostre Alpi che hanno un fascino straordinario. L’Himalaya per noi appassionati rappresenta il centro del mondo. Salire quelle vette è come andare oltre se stessi».

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