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Pasolini, naufraga anche la nuova inchiesta

La procura ha chiesto l’archiviazione per l’indagine sulla morte del poeta riaperta nel 2010

Pasolini, naufraga anche la nuova inchiesta

PASOLINI: VELTRONI, DICHIARAZIONI PELOSI RIACCENDONO DUBBI: INSIEME A FERITA DOLOROSA SI RIAPRE UNA DOMANDA DI VERITA'

Nulla di fatto: si è chiusa con una richiesta di archiviazione la nuova indagine sulla morte di uno dei più grandi poeti del ’900, trucidato senza pietà in uno spiazzo polveroso dell’idroscalo di Ostia.

La morte di Pier Paolo Pasolini - ammazzato nella notte tra il primo e il 2 di novembre del 1975 - resterà quindi solo sulle spalle di Pino "la rana" Pelosi, all’epoca dei fatti poco più che ragazzino, che per la morte dell’autore di "ragazzi di vita" fu condannato a 9 anni e sette mesi di reclusione. Il sostituto procuratore Francesco Minisci, infatti, dopo una indagine durata anni e nella quale sono stati ascoltate decine di persone che potevano essere informate sui fatti, ha avanzato al giudice per le indagini preliminari una richiesta di archiviazione che segna, probabilmente, la parola fine su uno degli omicidi più eclatanti del secolo scorso. L’indagine era iniziata nel 2010, quando un cugino dello scrittore, Guido Mazzon, aveva presentato una denuncia in Procura nel tentativo di risalire ad eventuali altri responsabili della morte di Pasolini; nel corso della lunga indagine - che si è avvalsa anche del lavoro del Ris dei carabinieri di Roma e dei loro colleghi del nucleo investigativo - gli inquirenti erano riusciti ad isolare altre tracce ematiche che, nella prima ipotesi avanzata dagli inquirenti, avrebbero potuto appartenere agli altri partecipanti all’omicidio. Ma, nonostante gli sforzi degli investigatori, non si è comunque riusciti a dare un nome a quelle tracce di sangue che erano state trovate sul pantalone della vittima e sulla Alfa Gt appartenuta a Pasolini. E se è stato impossibile associare una faccia alle tracce riscontrate, un ulteriore problema al proseguo dell’indagine è arrivato dalla difficoltà di collocare temporalmente le stesse tracce.

È impossibile determinare - filtra dagli uffici di piazzale Clodio - se quelle tracce sugli indumenti siano precedenti, coevi o successivi all’evento delittuoso».

Nella sostanza le tracce di sangue ci sono ma, a distanza di quasi quaranta anni, è impossibile stabilire se quelle stesse tracce siano davvero inquadrabili con il gruppo che avrebbe preso parte alla terribile aggressione che privò il mondo del genio del poeta bolognese che meglio di tutti seppe raccontare le periferie degradate (ma ricche di storie e di umanità) della Capitale negli anni ’50.

A nulla è servita la deposizione dello stesso Pelosi che raccontò ai giudici (ma le versioni della "rana" sono comunque tante e tutte diverse tra loro) che furono almeno in due a picchiare selvaggiamente l’autore del memorabile «Vangelo secondo Matteo».

«L’aspetto sicuramente più significativo che emerge da un esame seppur sommario degli atti del procedimento è la sicura presenza di ulteriori profili genetici presenti sulla scena del delitto riconducibili ad almeno altri due soggetti maschili allo stato rimasti ignoti» ha detto l’avvocato di Mazzon, Stefano Maccioni.

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