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Tra falchi, figli di boss e diseredati. «Io Ultimo dalla parte degli ultimi»

Docuweb, prossimamente su Tempo.it la storia del Capitano

Tra falchi, figli di boss e diseredati. «Io Ultimo dalla parte degli ultimi»

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«Qui abbiamo minori di diverse provenienze ce li inviano sia i Municipi, tramite i servizi sociali, sono ragazzi disagiati, sia il penale... in questo ultimo caso abbiamo una convenzione con gli istituti minorili del Lazio, soprattutto Casal del Marmo, ne ospitiamo otto di minori detenuti, chi fa il pane, chi sta in cucina, chi impara la falconeria. L’obiettivo nostro è di riuscire a vederli fare qualcosa per qualcuno che ha meno di loro e devo dire che in questi anni ci hanno dato un’enorme soddisfazione». Per chi parla del valore rieducativo della pena, l’esempio da prendere è proprio quello dei «Volontari del Capitano Ultimo», di cui è stata appena citata una frase tratta da una lunga intervista in video girata dal regista Ambrogio Crespi, con la collaborazione del giornalista Dimitri Buffa. Ultimo, che ha fatto anche la lotta alla mafia vera, non quella televisiva delle sterili polemiche tra magistrati, pentiti e politici vari, è come se fornisse allo stato italiano un servizio completo: che va dalla cattura dei latitanti più importanti della criminalità organizzata sino alla rieducazione su base volontaristica dei minori devianti. Che così forse un giorno non andranno a ingrossare le fila della criminalità organizzata. D’altronde, a quanto pare, in Italia la lotta per la legalità funziona solo quando si fa da soli contro tutti.

Sergio De Caprio, con il quale il regista Ambrogio Crespi e il giornalista Dimitri Buffa hanno passato un’indimenticabile mattinata assieme qualche giorno fa per girare questa intervista che costituisce il nucleo portante del docuweb «Capitano Ultimo. La lotta per la legalità», tutto ciò lo sa benissimo. Per lui «la gente italiana è bella e te ne accorgi quando stai in mezzo agli ultimi». E questa categoria dello spirito è caratterizzata da queste semplici parole: «Noi non partecipiamo alla grande corsa per emergere. Ci piace tenere per mano tutti e arrivare tutti insieme al traguardo, per vincere tutti o qualche volta anche perdere. Va bene tutto»

Non a caso nell’intervista, a proposito dei metodi di contrasto alla criminalità organizzata, Ultimo afferma testualmente che «la lotta alla mafia è quella che si fa per strada giorno per giorno, accanto ai poveri, quando diventa uno strumento di lobby non è antimafia, è un’altra cosa e noi dobbiamo starci ben lontani». Sergio De Caprio è in Italia l’unico, assieme agli ospiti della sua casa famiglia «Volontari del Capitano Ultimo», a ricordare ogni anno la più grande vittoria dello stato sulla mafia: la cattura di Totò Riina il 15 gennaio 1993. Mentre i "professionisti dell’antimafia" da talk show passano la vita dietro personaggi come Massimo Ciancimino o aderiscono, formalmente e idealmente, a partiti che fanno poi flop alle elezioni come quello dell’ex pm Antonio Ingroia, che è sceso in politica senza molto successo proprio a cavallo della propria inchiesta sulla presunta trattativa tra le istituzioni italiane e Cosa Nostra, altri come Ultimo, il Guerriero e tutti gli uomini della ormai leggendaria squadra Crimor, quelli che condussero l’operazione che portò all’arresto di Totò Riina oltre 21 anni orsono, preferiscono dedicarsi ai diseredati e ai derelitti. O ai "fratelli migranti", come li chiama lui nella intervista citata. Quelli che lo stato ha dimenticato così come ha dimenticato gli eroi come lui. Quando non li ha addirittura combattuti e processati (per fortuna sono stati anche assolti) con infamanti accuse , tipo avere favorito essi stessi la mafia.

Il Capitano Ultimo che non può mostrare il proprio volto alle telecamere ancora oggi per motivi di sicurezza (gli italiani ormai identificano il volto dell’eroe antimafia con quello di Raoul Bova, l’attore delle quattro miniserie di Ultimo dal 1998 al 2013) ha in realtà uno sguardo magnetico e buono. Parla di padre Francesco, riferendosi al Papa, e si commuove. Parla degli "ultimi", quelli che insieme a lui hanno dato vita a questa comunità che ospita giovani minorenni devianti mandati loro dal carcere di Casal del Marmo e dai giudici di sorveglianza, parla degli extra comunitari profughi dalla guerra dell’Afghanistan o della Siria, e dei non vedenti o diversamente abili cui è riuscito a insegnare la falconeria. Chi pensa a Ultimo come un Rambo americano, magari di quelli con valori reazionari, si sbaglia di grosso. Ultimo si trova a suo agio tra i profughi delle guerre che sconvolgono l’Africa e che vengono accolti nella casa famiglia. O tra i giovani minorenni lasciati sulla strada da una società spietata. O tra i disabili abbandonati da tutti. Più che un super poliziotto un vero e proprio missionario laico.

Nella comunità, che vide la luce grazie anche all’aiuto dell’attore Raoul Bova, che interpretò proprio Ultimo in quattro fortunate serie televisive, la prima delle quali trasmessa su Canale 5 nel 1998 con la regia di Stefano Reali, che poi fu quello che presentò Ultimo all’attore dando così inizio a un fortissimo sodalizio e a un’amicizia che resiste al tempo, si insegna a queste persone un’arte o un mestiere: pelletteria, falconeria, scuola di pizzeria o arte bianca, cioè quella di fare il pane come si faceva una volta, con il lievito madre e con gli ingredienti più naturali, e anche la pasticceria tradizionale. Una volta al mese dietro ad Ultimo escono in processione nel quartiere romano di Tor Bella Monaca, portando una croce sbilenca che è quella che vedete nel docuweb di Ambrogio Crespi, a simboleggiare una maniera nuova di stare insieme alla gente. Nella casa famiglia c’è anche un tempio aperto, che è la Chiesa dove la domenica si celebra la messa degli "ultimi". Ultimo ha messo in carcere i mafiosi e ora accoglie minori, anche figli dei boss, nella propria comunità per dare loro una seconda occasione nella vita. È una persona che ha accettato tutto il male che è venuto a lui dalle burocrazie ostili interne alla stessa Arma dei carabinieri e alla magistratura senza dire una parola di troppo, a parte difendersi nel processo per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, uscendo assolto e a testa alta da una vera e propria persecuzione. Ma è anche una persona dotata di una dolcezza infinita quando parla dei falchi, e delle aquile (e delle tribù degli Apache che gli hanno insegnato ad allevarli e ad osservarne il volo nel cielo) che planano sul prato grande della sua casa famiglia sita in via Tenuta della Mistica, una zona abbandonata nella periferia più calda di Roma dove si trova la comunità diretta da padre Rovo, insieme allo stesso Ultimo. Che però, essendo ancora vicecomandante del Nucleo ecologico dei carabinieri (negli scorsi giorni ha portato, sotto la supervisione del procuratore capo di Roma Pignatone, un grosso colpo alla lobby delle discariche capitoline permettendo l’arresto tra gli altri di Manlio Cerroni) deve necessariamente dividersi tra il dovere verso le istituzioni e quello verso gli ultimi. Sergio De Caprio invece Cosa Nostra l’ha combattuta sul serio arrestando Totò Riina e aiutando i giovani disadattati di quartieri come Tor Bella Monaca a non andare a ingrossarne la manovalanza per strada.

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