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Se l’isola diventa l’inferno attuale

Il discorso«L’insensibilità ci fa vivere come in bolle di sapone, fuori dalla realtà»

Inferno e Paradiso, senza purgatorio o limbo nel mezzo. Perché per riscoprire la luce a volte tocca attraversare il buio, anche quello più profondo e pesto. Papa Francesco in pochi giorni li ha tenuti insieme entrambi, Paradiso e Inferno, fede e oscurità, con la sua enciclica - Lumen fidei - e con il viaggio di ieri a Lampedusa, isola magnifica divenuta da anni meta di fiducia e di speranza per migliaia di emigranti, in fuga da miserie e dolori, che non sempre trovano alla fine del loro peregrinare il Paradiso sperato. Sarà per questo che le parole del Pontefice suonavano come la ideale prosecuzione del suo impegno e pure di un percorso, quello indicato nella sua enciclica.

"Sono qui per risvegliare le coscienze - ha detto a Lampedusa, davanti a 10mila persone - perché non ci siano mai più morti in mare. Dico no alla globalizzazione dell'insofferenza". Così dal sud del sud dei santi, in mezzo all'acqua, la preghiera del Papa è diventata insieme atto di fede e di rivoluzione cristiana fusa - come per un filo ineludibile - con le parole scritte dal Pontefice nella sua enciclica. "È urgente recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l'esistenza dell'uomo".

Luce e buio, dolore e speranza, inferno e paradiso come nella Divina Commedia di Dante Alighieri, poeta cristiano di sette e rotti secoli fa. Non a caso citato, con un verso dal Paradiso, da Papa Francesco nella propria enciclica: "Allo stesso tempo però - scrive il Papa nel passaggio iniziale - poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro 'io' isolato verso l'ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una 'favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla'. Proprio di questa luce della fede vorrei parlare, perché cresca per illuminare il presente fino a diventare stella che mostra gli orizzonti del nostro cammino, in un tempo in cui l'uomo è particolarmente bisognoso di luce". Ieri a Lampedusa col suo viaggio, la sua Messa, le sue parole ed i suoi gesti Papa Francesco ha cercato di rischiarare il buio dell'Inferno contemporaneo. Segnato nel dolore dall'esodo di migranti disperati che, a costo della vita, cercano un'isola di speranza ma caratterizzato, culturalmente, come segno dei tempi che viviamo, dall'indifferenza di molti di noi. La cultura del benessere - ha ammonito il Pontefice - ci rende "insensibili alle grida degli altri", ci fa vivere "in bolle di sapone", in una situazione "che porta all'indifferenza verso gli altri". Ci siamo abituati alla sofferenza dell'altro, "non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!". Parole durissime, spese durante l'omelia, una omelia di frontiera, per scuotere, svegliare, schiaffeggiare la pigrizia del voltarsi da un'altra parte. La frontiera, dunque, segnata a Lampedusa e il percorso tracciato nell'enciclica.

In pochi giorni Papa Francesco ha mostrato al mondo, agli italiani, ai fedeli ma soprattutto alle coscienze e ad ognuno di noi quello che sarà il suo impegno, la sua sfida. Azzardiamo, la sua rivoluzione. A Lampedusa la gente, senza differenze di colore e credi, gli gridava sei uno di noi. E lui su quel confine marino tra Inferno e Paradiso, ha detto di sentirsi una spina nel cuore. Un cuore - avrebbe scritto l'Alighieri - che "si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla".

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