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«Un padre molto affettuoso che sapeva essere esigente»

Alvaro Del PortilloI ricordi del postulatore mons. Capucci sul primo successore di san Escrivà alla guida dell’Opus Dei

«Un padre molto affettuoso che sapeva essere esigente»

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La notizia della prossima canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II ha fatto passare un po’ in secondo piano l’annuncio della beatificazione di mons. Alvaro Del Portillo, prelato dell’Opus Dei e primo successore del fondatore, san Josemaria Escrivà. Ma l’annuncio in contemporanea del riconoscimento del nuovo miracolo del Papa polacco e del primo del vescovo spagnolo è una felice coincidenza, visto il profondo legame che c’era tra di loro, come conferma mons. Flavio Capucci, postulatore della causa di mons. Del Portillo: «Per me ha un significato spirituale importante - spiega - Tra loro c’era una grande sintonia, al punto che Giovanni Paolo II andò a pregare davanti alle spoglie mortali di don Alvaro nella chiesa di S. Maria della Pace. Quando gli porsero il rituale per la recita del responsorio (la preghiera per i defunti, ndc) il Papa intonò invece la Salve Regina. Per chi era presente fu una grande consolazione».

Quasi un riconoscimento della sua santità.

«Durante la causa abbiamo cercato in modo capillare possibili obiezioni, testimonianze contrarie - afferma mons. Capucci - ma non abbiamo trovato nulla di negativo. Don Alvaro è stata una persona mansueta nella cui vita non c’è mai stata una presa di posizione che abbia potuto nuocere a qualcuno. Una figura davvero paterna».

Lei ha lavorato a lungo con mons. Del Portillo: com’era nella vita di tutti i giorni?

«Prima di tutto affettuosissimo. Sono entrato centinaia di volte nel suo studio per motivi di lavoro: non c’è stata una sola volta che nel congedarmi non mi dicesse "Dio ti benedica, figlio mio". Poi era molto esigente, sapeva tenere ritmi di lavoro che sembravano impossibili e ai suoi collaboratori chiedeva sempre il massimo; però ti metteva sempre nelle condizioni migliori. Sapeva creare un clima di lavoro sereno, dava quella spinta soprannaturale che aiutava a dare il meglio».

Avrà moltissimi ricordi personali.

«Qualche volta veniva nel mio ufficio, magari per vedere un documento. Erano visite molto attese... Una volta salì, si mise seduto e mi disse: "Non voglio niente, solo fumarmi una sigaretta con te". Sapeva quanto stavamo lavorando e si preoccupava di stemperare la tensione, si interessava delle persone. Un’altra volta, finito il lavoro per il riconoscimento delle virtù eroiche di san Josemaria, venne a farci una confidenza. "Ora posso cantare il Nunc dimittis", come il vecchio Simeone nel vangelo... Noi gli obiettamo che invece c’era ancora tanto da fare. Lui ci rispose che aveva avuto tre incarichi: completare il cammino giuridico dell’Opus Dei con la trasformazione in prelatura personale; scrivere i ricordi su san Josemaria, preparare la deposizione per la causa di beatificazione, e aveva scritto 2000 pagine; infine, commentare gli "Appunti intimi" di Nostro Padre (così viene chiamato in modo familiare dai fedeli dell’Opera il fondatore, ndc), una sorta di diario che san Josemaria aveva scritto prendendo nota di tappe fondamentali del lavoro dell’Opus Dei e dell’azione di Dio nella sua anima. Aveva incaricato don Alvaro di scrivere le note per spiegare cose non immediatamente comprensibili, e sono state consegnate tra gli scritti inediti alla Congregazione per le cause dei santi. Questi tre compiti volevano significare che don Alvaro concepiva se stesso sempre in funzione di san Josemaria, voleva aiutarci a conoscerlo meglio, come se Dio gli avesse chiesto di esserne l’ombra. Non riteneva di avere una "funzione" personale. Questo ne mette in risalto la grande umiltà».

Fedeltà, amore alla Chiesa e zelo apostolico sono stati in fondo i suoi tratti caratteristici.

«Certamente. Fedeltà anzitutto a Dio e alla sua vocazione. È stato il figlio più fedele di san Josemaria. È interessante come abbia vissuto la sua missione di successore nel segno della continuità, senza innovazioni. Ha applicato in maniera integrale lo spirito dell’Opera. Però la fedeltà non è conservatorismo, è una virtù creativa. Ha saputo applicare questo spirito alle circostanze mutate, per esempio promuovendo molte iniziative sociali, soprattutto in Paesi in via di sviluppo. È stato esemplare anche nel servizio alla Chiesa, ha assecondato sempre le richieste della gerarchia. Questo è stato particolarmente evidente con Giovanni Paolo II, che per esempio gli chiese espressamente l’istituzione della Pontificia università della S. Croce perché voleva una struttura accademica che garantisse l’ortodossia. Quanto allo zelo apostolico, basti pensare che nei 19 anni in cui ha guidato l’Opus Dei ha iniziato il lavoro in 20 Paesi in cui l’Opera non c’era. Con grande amore per le anime e molta fede, anche di fronte alla mancanza di mezzi, ha fatto sì che l’Opera si proponesse sempre obiettivi molto elevati».

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