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Lampedusa accoglie il Papa pellegrino alla «periferia» d’Europa

Attesa sull’isola crocevia dell’immigrazione Dal parroco una sferzata alle istituzioni

Lampedusa accoglie il Papa pellegrino alla «periferia» d’Europa

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Spesso l’uso dell’aggettivo «storico» nasconde un carico di retorica. Ma definire storica l’odierna visita di Papa Francesco a Lampedusa, non solo perché è la prima del suo pontificato, non ha nulla di esagerato. Perché servirà a richiamare l’attenzione dell’intera Europa sul dramma che si consuma da anni alle sue porte. Un impasto di sofferenza, di miseria e di incertezza, una fuga verso la speranza che a volte si rivela un miraggio e troppo spesso si trasforma in tragedia e morte. Il Papa andrà a dire che quella «estrema periferia» esistenziale e geografica non può continuare a restare nell’indifferenza. Il Pontefice troverà al suo arrivo 112 migranti ospiti del Centro d'accoglienza, tra cui 75 minori non accompagnati. Una cinquantina di loro, sia musulmani che cattolici, incontreranno il Santo Padre al Molo Favaloro. Gli altri parteciperanno invece all'incontro che si terrà subito dopo la Santa Messa al campo sportivo. Un incontro riservato a parrocchiani, migranti e don Stefano Nastasi, il parroco di Lampedusa. «Sono qui da più di sei anni - racconta - e ho vissuto momenti molto forti. Ricordo benissimo le notti del 9, 10 e 11 febbraio 2011 quando arrivavano oltre mille tunisini a notte e nessuno li voleva. Né l'Italia né l'Europa e noi li abbiamo sistemati nel campo sportivo, che è stato il primo luogo di raccolta dei tunisini, proprio quello che domani (oggi, ndr) ospiterà migliaia di fedeli che ascolteranno il Pontefice». Poi una frecciata alle istituzioni: «Non è cambiato nulla rispetto al passato. I lampedusani hanno sempre accolto gli immigrati, come accoglieranno il Santo Padre. L'unica cosa che si può aggiungere è che in questi anni non si è fatto nulla per aiutare Lampedusa a essere riabilitata. Questo va detto, senza entrare nei particolari. Ecco perché mi auguro che questa visita dia un segnale nuovo non solo per Lampedusa. La nostra diocesi è una terra martoriata».

L’amministratore delegato di Lampedusa Accoglienza Cono Galipò, che da anni gestisce il Centro d'accoglienza di contrada Imbriacola, regalerà al Pontefice un giubbotto giallo fosforescente con la scritta «Operatore Papa Francesco». «Il suo arrivo - afferma - cambierà il modo di vedere l'immigrazione a Lampedusa ma anche in Italia. È un messaggio forte. Il Santo Padre verrà qui come un operatore che viene a darci una mano». «La comunità di Lampedusa non sta nella pelle, la visita del Papa è una grazia per noi - dice invece Franco Tuccio, il falegname e consigliere comunale che ha realizzato l'altare, la croce, il calice e l'ambone, fatto con i resti di tre timoni - Io realizzo opere d'arte con i resti dei barconi con cui arrivano i migranti perché voglio raccontare la sofferenza che vedo su ogni barcone, ma Lampedusa per questa gente rappresenta anche la rinascita e la speranza». Saranno oltre 120 le barche dei pescatori che accompagneranno il Pontefice a gettare in mare la corona di fiori in ricordo delle vittime dell’immigrazione.

Ieri invece il Papa ha celebrato la Messa per seminaristi, novizi e novizie, a San Pietro per l’Anno della fede. «Se la Chiesa è la Sposa di Cristo, in un certo senso voi ne raffigurate il momento del fidanzamento, la primavera della vocazione» ha detto prima di tornare a parlare della tenerezza di Dio: «Io ho trovato alcune volte persone consacrate che hanno paura della consolazione di Dio, e... poveri, povere, si tormentano, perché hanno paura di questa tenerezza di Dio. Ma non abbiate paura! La gente oggi ha bisogno che noi testimoniamo la misericordia di Dio» che «scalda il cuore». Ai futuri sacerdoti e a quanti si preparano a consacrare la loro vita al servizio del Vangelo, Francesco ha detto che «l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Siate sempre uomini e donne di preghiera. Senza il rapporto costante con Dio la missione diventa mestiere. Il rischio dell’attivismo, di confidare troppo nelle strutture, è sempre in agguato. Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti». Commentando il passo evangelico in cui Gesù manda 72 discepoli ad annunciare la buona novella, Francesco ha ricordato che «la diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo» guardando all’albero della vita che è la Croce. Un mistero nel quale «siamo al riparo sia da una visione mondana e trionfalistica della missione, sia dallo scoraggiamento che può nascere di fronte alle prove e agli insuccessi». Francesco, citando Benedetto XVI, ha ricordato che «la Chiesa non è nostra, è di Dio. Per questo è importante la preghiera».

All’Angelus il Pontefice ha ripreso alcuni di questi concetti, insistendo molto sulla necessità di non «perdersi in chiacchiere» e di non comportarsi «da protagonisti», rinnovando l’invito a non avere «paura della gioia. Gioia e coraggio!». Ai giovani ha detto che anche lui si sta «preparando per la Giornata mondiale della gioventù» e ha fatto cenno all’enciclica, elogiando «il bel lavoro» del suo predecessore: «Penso che, almeno in alcune parti, può essere utile anche a chi è alla ricerca di Dio e del senso della vita. La metto nelle mani di Maria».

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