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La fede non è intransigente e arrogante

«È luce che aiuta a edificare le nostre società verso un futuro di speranza» Nella prima enciclica di Francesco il riconoscimento al lavoro di Benedetto

La fede non è intransigente e arrogante

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L’impronta di Francesco nel solco di Benedetto. Nella prima enciclica del nuovo Pontefice, «Lumen Fidei», pubblicata ieri in tempi record a meno di quattro mesi dall’elezione, per dirla con il card. Ouellet, prefetto della Congregazione dei vescovi, «c’è molto di Papa Benedetto e tutto di Papa Francesco». Ovviamente, la firma è di quest’ultimo e non poteva essere altrimenti. «Di Papa ce n’è uno solo», ha ricordato il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Müller, spiegando che è un gioco inutile cercare i passaggi scritti dall’uno o dall’altro: «Non è un patchwork, c’è unità di elementi». Una testimonianza di unità e di continuità resa dal Papa e dal suo predecessore anche in forma visiva, come è avvenuto per una singolare coincidenza ieri mattina nei Giardini Vaticani dove Francesco ha inaugurato una statua di S. Michele arcangelo alla presenza di Benedetto (foto). Lo stesso Pontefice nell’introduzione dell’enciclica scrive che il suo predecessore «aveva già quasi completato una prima stesura della Lettera sulla fede. Gliene sono profondamente grato e assumo il suo prezioso lavoro aggiungendo ulteriori contributi». Il presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, mons. Fisichella, ha rivelato ieri un particolare: malgrado gli fosse stato chiesto di completare la «trilogia» sulle virtù teologali (dopo la Deus caritas est e la Spe salvi) nell’anno della fede, Benedetto «non era convinto di doversi sottoporre a questa ulteriore fatica. L’insistenza, tuttavia, ebbe la meglio e decise che l’avrebbe scritta per la conclusione dell’Anno della fede. La storia ha voluto diversamente».

Papa Francesco evidenzia innanzitutto che in un’epoca come quella moderna, in cui credere è considerato un salto nel vuoto che impedisce la libertà dell’uomo, la fede è invece luce che illumina tutta l’esistenza umana. «Chi crede, vede» afferma il Pontefice. Più avanti: «La fede non è una luce tale da dissolvere tutte le nostre tenebre, ma la lampada che guida i nostri passi nella notte, e ciò è quanto basta per il cammino». Partendo dall’esperienza di Abramo, Francesco sottolinea che la fede «è un dono gratuito di Dio che chiede l’umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi a Lui». Al centro della fede c’è Cristo, «testimone affidabile». Il Papa spiega che come nella vita ci affidiamo a persone «che conoscono le cose meglio di noi», così per la fede abbiamo bisogno di qualcuno affidabile ed esperto nelle cose di Dio. E la fede si confessa all’interno della Chiesa: non è, ribadisce Francesco, un fatto privato.

Il secondo dei quattro capitoli della lettera mette in evidenza il legame inscindibile tra fede e verità e tra fede e amore. «La fede senza la verità non salva, resta una bella fiaba» afferma il Papa. Un legame che è più che mai necessario richiamare in un momento storico in cui la cultura tende a rendere sempre più parcellizzata la verità, ad accettare solo quella della tecnologia o le verità del singolo, senza avere la visione di una «verità grande» che spiega l’insieme della vita personale e sociale. L’altro binomio indissolubile è quello tra fede e amore, inteso «non come un sentimento che va e viene» ma come il grande amore di Dio che trasforma interiormente. La conseguenza è che «amore e verità non si possono separare».

Un’altra riflessione interessante è quella sul dialogo tra fede e ragione, anche qui in piena continuità con l’insegnamento di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Sviluppando il suo pensiero, Francesco afferma che «la fede non è intransigente ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante». Questo porta al dialogo in ogni campo: dalla scienza al confronto interreligioso e con i non credenti.

Gli ultimi due capitoli sono strettamente legati perché dopo il ragionamento teologico, nello stile di Papa Francesco, arriva quello per così dire pratico legato all’evangelizzazione e all’impegno sociale. La «corsia preferenziale» per la trasmissione della fede, ricorda il Pontefice, restano i sacramenti, battesimo ed Eucarestia in primo luogo. Ma ci sono anche la preghiera, in particolare la confessione della fede con il Credo, che Benedetto XVI nella lettera apostolica Porta Fidei invitava a recitare quotidianamente, e il Decalogo, inteso, anche qui riprendendo una felice espressione di Benedetto, «non come un insieme di precetti negativi» ma come «insieme di indicazioni concrete» per entrare in dialogo con Dio. Quanto agli aspetti «sociali» della fede, l’enciclica si sofferma sulla famiglia fondata sul matrimonio, sui giovani, sulla natura, sulla sofferenza e la morte con espressioni forti. Il Papa ribadisce che «la fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto»; è «un bene comune» la cui luce «non illumina solo l’interno della Chiesa» ma «ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminiamo verso un futuro di speranza». Quando la fede viene meno, «c’è il rischio che anche i fondamenti del vivere vengano meno». Infine l’appello, più volte rivolto ai giovani e ora esteso a tutti: «Non facciamoci rubare la speranza». Come ha commentato mons. Fisichella, il Papa «vuole indicare che nessuno dovrebbe avere paura di guardare ai grandi ideali e di perseguirli. In un periodo di debolezza culturale come il nostro un simile invito è una provocazione e una sfida che non possono trovarci indifferenti».

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