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Gli armatori: «Quei soldi non sono nostri»

«È categoricamente esclusa la responsabilità per il capo d'imputazione in oggetto. I miei assistiti sono rimasti esterrefatti: questi denari non sono dei signori D'Amico». È il commento rilasciato...

«È categoricamente esclusa la responsabilità per il capo d'imputazione in oggetto. I miei assistiti sono rimasti esterrefatti: questi denari non sono dei signori D'Amico». È il commento rilasciato dall’avvocato Vincenzo Cruppi che difende gli armatori campani Cesare e Paolo D’Amico al termine dell'interrogatorio, durato oltre tre ore, al tribunale di Roma, dove erano stati convocati dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dai pm Stefano Pesci e Rocco Fava, che gli avevano notificato un avviso di garanzia in cui si ipotizza il reato di evasione fiscale. Il loro coinvolgimento è una conseguenza dell’inchiesta che ha portato in carcere l’ex capo della contabilità dell’Apsa, mons. Nunzio Scarano. Secondo il sacerdote, i 20 milioni di euro che dovevano rientrare dalla Svizzera appartengono ai due imprenditori. L’avvocato Cruppi, invece, ha citato letteralmente le parole dei suoi assistiti per smentire questa circostanza: «Quei 20 milioni di euro non sono nostri». Il terzo convocato della nota famiglia campana, Maurizio, non si è presentato depositando una memoria scritta. «I miei clienti hanno ammesso di conoscere monsignor Scarano - ha detto Cruppi - ma tutto quello che hanno fatto con lui è stato beneficenza e donazioni di natura umanitaria». Tra gli atti generosi dei suoi assistiti, ci sono «opere sotto gli occhi di tutti», quali «una casa per anziani - ha spiegato Cruppi - e un campo di calcio per i seminaristi». Il legale dei D'Amico ha respinto al mittente un’altra accusa: «Non hanno nessun conto cointestato allo Ior - ha detto - e non conoscevano lo 007 Zito». Poi, incalzato dalle domande dei giornalisti sulle dichiarazioni rese dai cugini D'Amico, ha tagliato corto: «Il contenuto dell'interrogatorio è secretato e poi non conosco cosa ci sia scritto nell'ordinanza su Scarano». Oltre al monsignore sospeso dal suo incarico all’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, nell’ambito dell’inchiesta sono stati arrestati Giovanni Maria Zito, ex funzionario Aisi, e il broker Giovanni Carinzio.

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