cerca

Ancora montagne killer Morti altri sei alpinisti

VittimeFacevano parte di due cordate differenti Le sciagure causate dal cedimento del ghiaccio

Ancora montagne killer Morti altri sei alpinisti

A__WEB

Tragedia della montagna ieri mattina poco dopo le 8.30. Sul picco Koenigjoch a Solda, in provincia di Bolzano sono prima morti tre giovani alpinisti bergamaschi, precipitando mentre salivano in cordata. Poco dopo altri tre alpinisti hanno perso la vita: facevano parte di un’akltra cordata. I primi tre facevano parte di una comitiva arrivata da Santa Caterina Valfurva, e che aveva in precedenza fatto sosta al Rifugio Pizzini. La salita sulla vetta era poi in corso con la comitiva suddivisa in due gruppi, quando i tre, legati in cordata. I loro corpi sono stati recuperati dal Soccorso alpino della zona. La tragedia è quasi sicuramente da attribuire all’improvviso cedimento del ghiaccio. L’incidente è avvenuto attorno alle ore 8,30 sulla parete del Gran Zebrù (3.857 metri), la seconda vetta più alta del gruppo dell’Ortles che si trova sul confine tra Alto Adige e Lombardia. I tre alpinisti di 55, 45 e 22 anni, due di loro originari della provincia di Parma e uno di quella di Novara, avevano lasciato attorno alle ore 4 il rifugio Pizzini in val Cede’c (sopra l’abitato di Santa Caterina Valfurva in Valtellina), al momento dell’incidente si trovavano a circa 3.500 metri di altitudine, a soli 350 metri dalla vetta. I tre sfortunati escursionisti sono precipitati nel vuoto per 500 metri. L’allarme è stato lanciato da due compagni d’escursione ma che non procedevano nella stessa cordata. Giunti sul posto con l’elicottero, gli uomini del Soccorso alpino di Solda hanno potuto solo recuperare i corpi senza vita e ricomporle presso la camera mortuaria di Solda, il paese altoatesino ai piedi di Ortles e Gran Zebrù.

Giornata davvero tragica sul Gran Zebrù. Dopo i tre morti, nel pomeriggio sono stati portati a valle altri tre corpi senza vita di alpinisti che avevano affrontato l’ascesa lungo la parete nord della montagna che sovrasta l’abitato di Solda (Val Venosta). Il primo gruppo era partito dal rifugio Pizzini e il secondo dal rifugio Casati. I soccorsi hanno identificato le vittime attraverso le autovetture parcheggiate nella zona di Solda: sono altoatesine - due fratelli di Vipiteno e un loro amico di Magrè, nell’Oltradige. È la seconda più tragica di sempre sul Gran Zebrù. Il 5 agosto del 1997 furono sette le persone a perdere la vita in poche ore. Dopo l’incidente che costò alla vita a tre vigili del fuoco e a un loro amico residenti a Reggio Emilia, una guida alpina della Val Venosta era precipitata assieme a due clienti germaniche. La stessa guida aveva fatto scattare i soccorsi per il primo indicente.

Il Gran Zebrù, ovvero la Cima del Re, è il «colosso» che ieri è stato teatro di due gravi incidentidi montagna, costati infatti la vita a sei alpinisti.

Per scoprire le origini del nome bisogna rifarsi a una leggenda medioevale: un sovrano, Johannes Zebrusius, chiamato «il Gran Zebrù», feudatario nel XII secolo della Gera d’Adda (territorio realmente esistente, oggi in provincia di Bergamo). Una montagna dal profilo affilato, una piramide con spigoli dall’inclinazione ardita, oltre i 45 gradi. Domina due valli di alta quota: la Val Zebrù sul versante valtellinese, quindi Lombardia, tributaria della bassa Valfurva in cui confluisce a est di Bormio, e la Valle di Solda (Suldental), quindi Alto Adige, sul versante tirolese, tributaria della Val Venosta. Il Gran Zebrù è stato teatro anche di battaglia durante la Prima guerra mondiale. Konigsspitze in tedesco, raggiunge i 3.857 metri ed è la seconda vetta per altezza dopo l’Ortles della regione Trentino-Alto Adige. Il confine tra le due regioni passa esattamente per la cima, facendo quindi di essa la più elevata vetta «lombarda» del massiccio, e tra le più alte della regione.

La leggenda dice che Johannes Zebrusius, chiamato «il Gran Zebrù», si innamorò (ricambiato) di Armelinda, figlia di un castellano del Lario, il quale però si opponeva alla loro relazione. Al fine di fare colpo agli occhi del padre di lei e convincerlo a dargli la figlia in sposa, Johannes prese parte a una crociata in Terrasanta, rimanendovi per quattro anni. Al suo ritorno però ebbe una sgradita sorpresa: il padre di Armelinda non solo non aveva cambiato parere, ma addirittura aveva concesso in sposa la figlia a un nobile milanese. Costernato e depresso Zebrusius decise di abbandonare il suo feudo e l’arte della guerra e recarsi in montagna, dove avrebbe vissuto da eremita, scegliendo come dimora la val Zebrù, dominata dalla montagna. Lì visse in solitudine per trent’anni e un giorno, cercando di dimenticare il passato con la meditazione e la preghiera, e quando sentì che stava giungendo la sua ora si sdraiò su un tronco collegato a un congegno di sua invenzione, che fece precipitare sul suo corpo un grande masso bianco, sul quale egli aveva precedentemente inciso «Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII».

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

Opinioni