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Francesco, il Papa che guarda al futuro

Vicinanza alla gente, spontaneità e parole semplici Tre segreti per conquistare subito milioni di fedeli

Francesco, il Papa che guarda al futuro

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Vi è almeno un evento di quest'anno che difficilmente sarà dimenticato: il passaggio di chiavi tra due Papi in vita, ritratti insieme in preghiera dai giornalisti di tutto il mondo a Castel Gandolfo. La rinuncia di Benedetto XVI è sopraggiunta all'acme della più profonda crisi d'immagine che la Chiesa Cattolica abbia vissuto nella sua storia, conclusasi, in una piovosa giornata invernale, col breve Conclave che ha eletto Papa Jorge Mario Bergoglio. È così che il 13 marzo scorso, con una rapidità degna solo di un'istituzione tanto antica, ha avuto inizio il pontificato di Papa Francesco. Il protagonista era un cardinale chiaramente conosciuto nei sacri palazzi, ma non atteso e vagheggiato da nessuno. La novità si è esemplificata, sul sagrato di San Pietro, nella sagoma di un uomo in bianco che non ha esibito al pubblico un timido, dolce e schivo saluto, come fece Josef Ratzinger nel 2005, e neanche il carisma di una personalità travolgente, come nel 1978 Karol Wojtyla, ma ha chinato il capo per ricevere dai fedeli la consacrazione a vescovo di Roma. In realtà, un atto cristiano di umiltà e di servizio, ben rappresentato dal nome di san Francesco che da allora Bergoglio porta per conto della Chiesa universale, una saldatura plastica, tra la gerarchia e il popolo di Dio, eseguita solennemente e spiritualmente davanti agli occhi attoniti dei presenti. Il Papa ha spiegato con parole luminose, nell'ultima Udienza generale di mercoledì scorso, il significato corretto di questa idea della Chiesa: «Corpo e membra per vivere devono essere uniti! L'unità è superiore ai conflitti, sempre! I conflitti se non si sciolgono bene, ci separano tra di noi, ci separano da Dio. Il conflitto può aiutarci a crescere, ma anche può dividerci. Non andiamo sulla strada delle divisioni, delle lotte fra noi! Tutti uniti, tutti uniti con le nostre differenze, ma uniti, sempre: questa è la strada di Gesù. L'unità è superiore ai conflitti. L'unità è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore perché ci liberi dalle tentazioni della divisione, delle lotte tra noi, degli egoismi, delle chiacchiere».

Era logico pensare, d'altronde, che spenta la carica emozionale che all'inizio ha preso il sopravvento, sarebbe venuto fuori poi l'autentico stile di governo di Papa Bergoglio, dominato da una straordinaria concretezza pastorale e da una volontà inflessibile di tenere saldamente unita la cristianità. Non a caso, sia nella messa d'inizio pontificato e sia nella famosa celebrazione alla Parrocchia di Sant'Anna, Francesco aveva già detto che vi sono due atteggiamenti essenzialmente cristiani che devono essere colti e applicati congiuntamente: custodire la verità e uscire da se stessi. Crescere e donarsi è, infatti, riprendere a pieno l'autenticità della Rivelazione, operare una sintesi tra il seme teologico, ben piantato da Benedetto XVI, e l'atteggiamento operativo, interpretato a dovere da lui stesso come gesuita devoto di san Francesco.

Il Papa propone, in realtà, una pastorale che parla la lingua naturale dei gesti, una predicazione che, saltando le formalità barocche del protocollo serafico, trasfigura in modo esaltante e commovente tutta la potenza dottrinale della fede cristiana in tangibile atteggiamento apostolico, un tesoro di sapienza che solo la Chiesa sa custodire, conservare e comunicare al mondo intero. L'immagine progressista di Francesco è, perciò, tanto poco fondata quanto quella di Benedetto XVI baluardo del conservatorismo, come è facilmente verificabile nel modo assai tradizionale in cui Bergoglio concepisce i rapporti tra la Chiesa e l'Italia: non due Stati sovrani divisi dalla diplomazia, ma una società cristiana unita, mescolata e in movimento.

Papa Francesco, in fondo, ha dato una fisionomia comunicativa al pensiero di Benedetto XVI, compiendo un'operazione analoga a quella fatta dai Frati Minori sette secoli fa con il monachesimo. E non è secondario che a compierlo sia oggi un membro della Compagnia di Gesù, un ordine religioso che ha difeso, alla stregua di Sant'Ignazio di Loyola, l'unità della civiltà cristiana dinanzi alla disgregazione dell'Illuminismo moderno.

Il significato fondamentale di questi primi cento giorni di pontificato è, dunque, aver aggregato nuovamente la Chiesa, raccogliendo tutte le sue molteplici voci in un canto corale abile a superare la prima grande crisi religiosa globale. Il cattolicesimo di Papa Francesco è fresco, attraente e molto romano, una spiritualità che non affida alla politica la soluzione dei problemi, ma si fa portatrice di un messaggio eterno di verità e di speranza, il quale, proprio per questo, sa essere profetico suggeritore di formidabili prospettive.

Quel sorridere alla gente comune, quel lavare i piedi ai carcerati, quel sentirsi responsabile della povertà di ogni persona semplice è il fascino della fede personificata e incarnata in un uomo di Dio. Una forza che restituisce al mondo la vitalità trascendente della Chiesa, la quale non mai può diventare una burocrazia di funzionari o un'associazione di solidarietà, essendo l'unica casa che dà salvezza al genere umano. E Bergoglio, alla fin fine, è la prova provata che i cristiani vincono sempre nella coerenza le calunnie, i mali e le afflizioni che subiscono.

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