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Martiri di Otranto primi santi di Francesco «I cristiani rispondano al male col bene»

Simbolo dei cattolici che in alcune zone del mondo soffrono senza libertà religiosa

Un bagno di folla lungo 50 minuti, sulla jeep bianca che da Piazza San Pietro attraversa piazza Pio XII e si spinge lungo via della Conciliazione, dalla città vaticana nella nostra Roma, perché tutte le domeniche piazza San Pietro è zeppa come il giorno di Pasqua. Papa Francesco che fa fermare più volte il mezzo con un cenno della mano. Indica il punto esatto. Scende. Tocca le mani tese. Ti guarda negli occhi. Bacia i bambini. Sono loro i protagonisti nella giornata della Marcia per la vita, che coincide con le prime canonizzazioni presiedute dal nuovo Pontefice: gli 813 martiri di Otranto, e due suore latinoamericane.

Davanti a quasi 100mila fedeli (molti arrivati dalla Puglia), di cui 40mila quelli della marcia per la vita, Papa Bergoglio ha proclamato santo Antonio Primaldo, che a Otranto, insieme agli 800 compagni, dopo la presa della città da parte dei turchi, ha rifiutato la conversione all’Islam. Furono uccisi il 14 agosto 1480. Oggi sono il simbolo di quanti ancora soffrono per l’assenza di libertà religiosa. «Chiediamo a Dio - ha detto il Papa all’omelia - che sostenga tanti cristiani in tante parti del mondo, adesso, che ancora soffrono violenze e dia loro il coraggio della fedeltà e di rispondere al male col bene». E al termine della messa: «I martiri di Otranto aiutino il caro popolo italiano a guardare con speranza al futuro, confidando nella vicinanza di Dio che mai abbandona, anche nei momenti difficili". Poi è stato il turno di Laura di Santa Caterina da Siena Montoya y Upegui (1874-1949), una religiosa colombiana impegnata per il riscatto delle donne nel Paese sudamericano, che, per garantire loro una formazione, fondò nella prima metà del Novecento la congregazione delle suore missionarie della Beata Vergine Maria Immacolata e di Santa Caterina da Siena. Infine è toccato a Maria Guadalupe García Zavala (1878-1963), religiosa messicana che contribuì alla fondazione della congregazione delle serve di Santa Margherita Maria e dei Poveri.

«Oggi - ha spiegato Papa Bergoglio - la Chiesa propone alla nostra venerazione una schiera di martiri, che furono chiamati insieme alla suprema testimonianza del Vangelo, nel 1480. Circa 800 persone, sopravvissute all’assedio e all’invasione di Otranto furono decapitate nei pressi di quella città. Si rifiutarono di rinnegare la propria fede e morirono confessando Cristo risorto. Dove trovarono la forza per rimanere fedeli? Proprio nella fede, che fa contemplare "i cieli aperti", come dice santo Stefano, e il Cristo vivo alla destra del Padre. Cari amici, conserviamo la fede che abbiamo ricevuto, rinnoviamo la nostra fedeltà al Signore, anche in mezzo agli ostacoli e alle incomprensioni; Dio non ci farà mai mancare forza e serenità».

Nel testo orginale dell’omelia, anticipata alla stampa dal Vaticano, la frase sull’assedio recitava: «sopravvissuti all’assedio e all’invasione di Otranto da parte degli ottomani, furono decapitati nei pressi di quella città». Nel testo pronunciato da Bergoglio il riferimento diretto agli ottomani è scomparso, forse per sottolineare l’aspetto della testimonianza della fede tralasciando il contrasto con l’altra fede, quella islamica.

Laura di Santa Caterina da Siena Montoya y Upegui, una delle due beate canonizzate, «ci insegna - ha sottolineato poi Bergoglio - a vedere il volto di Gesù riflesso nell’altro, a vincere l’indifferenza e l’individualismo che corrode la nostra Chiesa, accogliendo tutti senza pregiudizi né costrizioni, con amore, donando loro il meglio di noi stessi e soprattutto condividendo con loro ciò che abbiamo di più prezioso: Cristo e il suo Vangelo». «Questa prima santa - ha aggiunto - nata nella bella terra colombiana ci insegna ad essere generosi con Dio, a non vivere la fede da soli, come se fosse possibile vivere la fede in modo isolato, ma a comunicarla, a portare la gioia del Vangelo con la parola e la testimonianza di vita in ogni ambiente in cui ci troviamo».

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