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Quelle Olimpiadi dove sbocciò l’amore per Rosita

Augusto Frasca Due anni fa, dedicandole ai suoi nove nipoti, Ottavio Missoni aveva dato alle stampe le proprie memorie biografiche con un titolo, «Una vita sul filo di lana», che sembrò essere...

Quelle Olimpiadi dove sbocciò l’amore per Rosita

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Due anni fa, dedicandole ai suoi nove nipoti, Ottavio Missoni aveva dato alle stampe le proprie memorie biografiche con un titolo, «Una vita sul filo di lana», che sembrò essere sintesi perfetta tra l'evocazione delle sue avventure agonistiche in atletica e le lunghe stagioni in cui la meravigliosa policromia dei suoi manufatti divenne il suo mondo quotidiano. Veniva da lontano, Missoni, la nascita nell'irredentista Ragusa, la prima e la seconda adolescenza a Zara, terra dei vivai della società Ginnastica e della Canottieri Diadora, terra di cui in maturità, quando esiti bellici e imperdonabili compromessi ne altereranno la geopolitica, si considererà sempre «esule permanente».

A diciassettenne anni, la scelta dell'atletica come disciplina esclusiva, il trasferimento milanese nelle file dell'Oberdan Pro Patria e subito l'esplosione agonistica sui 400 metri piani, cronometri bloccati a 48"8, migliore prestazione mondiale di categoria.

L'anno successivo, due formidabili conferme sulla stessa distanza, la prima nell'Arena edificata un secolo e mezzo prima per volere di Napoleone, 47"8, terzo classificato dietro i due fuoriclasse dell'epoca, il tedesco Rudolf Harbig e l'italiano Mario Lanzi, la seconda, a Vienna, con la conquista del titolo mondiale universitario.

Due anni ancora, e l'esordio sui 400 ostacoli, primo titolo italiano e premessa di un grande futuro nella specialità. A spezzarne l'ascesa, la chiamata alle armi, il trasferimento nel Nord Africa, il coinvolgimento nella pagina amara di El Alamein, la prigionia. Durerà quattro anni quel periodo di cattività, «ospite di sua Maestà britannica», sarà solito ironizzare più avanti Ottavio. Quando, debilitato, tornerà tra gli ultimi in Italia, sarà un fantasma.

Tuttavia, pur adulterata, la struttura fisica aveva mantenuto intatti i fili sottili d'una classe immensa. Due affermazioni con la maglia azzurra contro le nazionali di Cecoslovacchia e Ungheria ne favorirono la convocazione ai Giochi olimpici di Londra.

Nei giorni, esaltanti per l'Italia, della doppietta realizzata dai due colossi Adolfo Consolini e Giuseppe Tosi sulla pedana del disco, con vittoria in batteria e terzo posto in semifinale, Ottavio mise in atto sulla pista dell'Empire Stadium di Wembley il piccolo miracolo dell'ingresso nella finale dei 400 ostacoli, sesto classificato. Era il 31 luglio 1948. In tribuna, in vacanza studio, una sedicenne del Ticinese. Un colpo di fulmine, e l'inizio di un sodalizio che avrebbe fatto di Rosita Jelmini la formidabile costruttrice di un marchio elevato ad arte dalla fantasia del marito.

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