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Nella Capitale è emergenza al contrario

È un’emergenza al contrario, quella romana, rispetto ai casi di Svezia e Norvegia, sistemi fondati su riciclo e discariche ridotte allo stretto indispensabile. La gestione dei rifiuti nella Capitale,...

Nella Capitale è emergenza al contrario

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È un’emergenza al contrario, quella romana, rispetto ai casi di Svezia e Norvegia, sistemi fondati su riciclo e discariche ridotte allo stretto indispensabile. La gestione dei rifiuti nella Capitale, da trent’anni, ruota infatti attorno ad un unico grande «buco», la discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa, di cui il sindaco Alemanno ha promesso la chiusura definitiva, dopo varie proroghe e commissariamenti, a fine di giugno. Da metà aprile, questa è l’altra buona notizia, c’è stato poi il cambio di passo vietando il conferimento in discarica del rifiuto indifferenziato, il cosiddetto «tal quale»: non abbastanza, evidentemente, per «rischiare» di dover affrontare gli stessi problemi dei paesi del Nord Europa.

Per decenni Malagrotta ha raccolto tutta la spazzatura di Roma e hinterland, disincentivando così differenziata e trattamento dei rifiuti, che appunto finivano in discarica così come erano stati raccolti dai cassonetti stradali. Pratica vietata dall’Europa che è già costata al Lazio l’apertura di una procedura d’infrazione e il deferimento, recente, alla Corte di giustizia.

La sola alternativa, si era pensato a inizio anno, era quella di smaltire i rifiuti all’estero. Alla fine non si è arrivati a tanto, ma l’autosufficienza non è ancora garantita: su impulso dell’ex ministro all’Ambiente Corrado Clini si sono spinti al massimo gli impianti di trattamento meccanico biologico (tmb) di Roma e del Lazio, incrementando al contempo la differenziata, stimata attorno al 30,2%, e infine si è ricorso all’aiuto di Abruzzo e Toscana, che hanno accettato di accogliere le quantità in esubero.

Entro fine giugno, in ogni caso, una discarica di servizio andrà allestita. Così come bisognerà trovare una collocazione per i materiali, organico e combustibile da rifiuto (cdr) prodotti dai tmb.

D’altro canto, questo è l’altro dato su cui riflettere, se Roma raggiungesse, domani, gli standard di differenziata previsti per legge, non avrebbe comunque l’autonomia impiantistica per lavorarla. Un circuito non virtuoso che, fino ad oggi, è costato poco ai romani, e ha fatto arricchire altri.

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