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Altre indagini della Procura sull’Ilva di Taranto

Riguardano l'impatto ambientale. Anche il sindaco è iscritto nel registro degli indagati. Il gip Todisco assegna altri sei mesi per le indagini del pool di magistrati. Restano sequestrati i prodotti finiti e i semilavorati per un valore commerciale di circa un miliardo di euro.

Altre indagini della Procura sull’Ilva di Taranto

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Taranto - Il sindaco di Taranto, Ezio Stefano, è iscritto nel registro degli indagati per l’inchiesta aperta dalla Procura di Taranto sull’impatto ambientale da parte dell’Ilva. All'inchiesta il gip Patrizia Todisco ha assegnato altri sei mesi di tempo chiesti dal pool dei pubblici ministeri guidato dal procuratore capo della Repubblica Franco Sebastio. La proroga delle indagini preliminari è stata chiesta per poter meglio approfondire le responsabilità dell’Ilva ed eventuali coperture da parte degli enti locali. L’inchiesta sull’Ilva è deflagrata il 26 luglio scorso col sequestro, da parte della magistratura, degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva, proprio perché ritenuti fonte di grave pericolo per la salute pubblica, e l’arresto ai domiciliari di otto persone, tra dirigenti dello stabilimento siderurgico di Taranto e i vertici proprietari dell’Ilva. In seguito, ai primi giorni di agosto, cinque persone - si tratta di dirigenti aziendali - sono tornate in libertà, mentre Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell’Ilva, sono rimasti ai domiciliari, misura restrittiva alla quale sono assoggettati tutt’ora e che nelle scorse settimane è stata anche confermata dalla Corte di Cassazione. Un secondo, importante sviluppo l’inchiesta l’ha poi avuto il 26 novembre scorso col sequestro delle merci dell’Ilva, questione sulla quale è in atto da mesi uno scontro durissimo tra giudici e azienda, l’arresto dell’ex consulente Ilva, Girolamo Archinà, dell’ex perito della Procura di Taranto, il docente universitario Lorenzo Liberti, dell’ex direttore del siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso, e l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Fabio Riva, ex vicepresidente dell’omonimo gruppo industriale e figlio di Emilio. Questa ultima ordinanza non è stata ancora eseguita in quanto Fabio Riva è in Inghilterra ed è in corso, da parte delle autorità italiane, la procedura di estradizione che vedrà un’ulteriore udienza a Londra nelle prossime settimane. Al momento restano sequestrati i prodotti finiti e i semilavorati pari a un milione e 700mila tonnellate, valore commerciale tra 800 milioni e un miliardo di euro, che il gip a novembre ha fatto bloccare in quanto realizzati, nei mesi precedenti, con acciaio che l’Ilva non poteva produrre poiché, a luglio, gli impianti dell’area a caldo - altiforni e acciaierie - erano stati sequestrati senza facoltà d’uso. Contro il dissequestro delle merci l’Ilva ha presentato numerosi ricorsi ai giudici, facendo leva anche sulla legge 231 del 2012 che autorizza sia l’azienda a produrre che a commercializzare quanto prodotto nei mesi antecedenti, ma sinora non è riuscita a sbloccare la situazione. Il 24 aprile, in proposito, l’Ilva ha presentato alla Procura un ulteriore esposto sollecitando lo sblocco delle merci, definendo "illegittimo" il mancato dissequestro e paventando danni per circa 30 milioni di dollari se entro il 5 maggio prossimo una fornitura di tubi non dovesse esser consegnata a una società dell’Iraq che l’ha ordinata. Da vedere ora se l’iscrizione nel registro degli indagati per l’Ilva del sindaco di Taranto provocherà o meno riflessi politici. Da rilevare, tuttavia, che l’attuale inchiesta sull’Ilva è anche partita, come rivelato dal procuratore Sebastio all’indomani dei primi provvedimenti, da un esposto presentato dallo stesso sindaco alla Procura nel quale invitava a indagare a fronte della situazione denunciata anche da molti cittadini.

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