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«Fuori dalla Chiesa i preti superstar»

Clamorosa denuncia del Pontefice durante l’omelia a Santa Marta «Ladri e briganti rubano la gloria di Gesù. No alle ambizioni personali»

«Fuori dalla Chiesa i preti superstar»

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Dopo aver ordinato dieci nuovi sacerdoti domenica scorsa a San Pietro e aver detto loro di non «essere funzionari ma di divenire veri pastori» Bergoglio è tornato ieri a parlare del carrierismo ecclesiastico.

«Anche nelle comunità cristiane ci sono arrampicatori, che cercano « il loro» e coscientemente o incoscientemente fanno finta di entrare ma sono ladri e briganti. Perché? Perché rubano la gloria a Gesù, vogliono la propria gloria».

Forte la denuncia di Papa Francesco durante l’omelia della messa di ieri mattina a Santa Marta. Il Pontefice è tornando su un tema caldo, quello del carrierismo ecclesiastico, sul quale Benedetto XVI ha insistito con grande forza durante gli otto anni del suo Pontificato.

Per Papa Francesco è reale per tutti i cristiani il rischio di vivere «una religione un po’ da negozio: io do la gloria a te e tu dai la gloria a me».

«Ma questi - ha rilevato riferendosi a quelli che aveva definito arrampicatori- non sono entrati dalla porta vera.

«La porta - ha spiegato - è Gesù, e chi non entra da questa porta si sbaglia». Resta da capire, ha precisato, «come so che la porta vera è Gesù? Come so che questa porta è quella di Gesù?».

La risposta però è semplice: «Prendi le Beatitudini e fa quello che dicono le Beatitudini. Sei umile, sei povero, sei mite, sei giusto. Prendi Matteo 25 e fa - ha esortato citando la parabola delle vergini che attendono lo sposo - quello che dice Matteo 25».

«Quando ti dicono un’altra proposta - ha insistito ancora Bergoglio - non ascoltarla: la porta sempre è Gesù e chi entra da quella porta non si sbaglia. Gesù non solo è la porta: è il cammino, è la strada. A volte - ha poi concluso il Pontefice - abbiamo la tentazione di essere troppo padroni di noi stessi e non umili figli e servi del Signore. E questa è la tentazione di cercare altre porte o altre finestre per entrare nel Regno di Dio».

Invece «si entra da quella porta che si chiama Gesù. Tutti coloro che fanno un’altra cosa, dice il Signore, che salgono per entrare dalla finestra, sono «ladri e briganti». È semplice, il Signore. Non parla difficile: Lui è semplice».

Sulla base della sua esperienza di arcivescovo di una grande diocesi, Papa Francesco potrebbe uniformare la Curia Romana allo schema che vige in molte curie diocesane istituendo la figura del «moderator curiae», cioè individuando un prelato - a Buenos Aires, a Milano e al Vicariato di Roma è un semplice prete e non un vescovo ausiliare - che si occupi di facilitare le comunicazioni tra gli uffici, snellendone il lavoro.

A lanciare l'idea è il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi già ausiliare (ed erede morale) del cardinale Carlo Maria Martini (come si è visto in Conclave, nel quale è stato l'italiano più votato).

A Buenos Aires vi è un «segretario generale» della diocesi (monsignor Fernando R. Rissotto), al Vicariato di Roma un «prelato segretario" (monsignor Paolo Mancini) e a Milano un «moderator curiae» (monsignor Bruno Marinoni che è anche vicario episcopale). Personalità dunque non dotate di dignità né di specifici poteri, ma piuttosto figure di servizio. Nell'ipotesi di Coccopalmerio - che ne ha parlato in un'intervista al Corriere della Sera - anche il Pontefice dovrebbe dotarsi di un collaboratore del genere: un ecclesiastico che dovrebbe collocarsi accanto al Segretario di Stato, in stretta unione con lui, ma diversa dal Segretario di Stato che «è una figura rivolta all'esterno», in quanto «si occupa dei problemi della Chiesa universale a fianco del Pontefice». Il compito del «moderator» sarebbe invece «limitato alla Curia romana, perché funzioni al meglio».

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