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Carcere a vita per Cosima e Sabrina

SeveritàLa decisione della Corte d’assise di Taranto dopo quattro giorni di camera di consiglio Per l’omicidio di Sarah otto anni di reclusione a Michele Misseri e sei al fratello e al nipote

Carcere a vita per Cosima e Sabrina

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Quando il presidente della Corte d’assise pronuncia la parola «ergastolo», gli applausi scattano immediati e spontanei. Cesarina Trunfio ha il volto teso dopo quattro giorni di camera di consiglio e spegne bruscamente il battimano in crescendo: «Silenzio in aula, per favore», dice, alzando la voce rispetto al tono calmo e fermo tenuto durante la lettura del dispositivo, senza smettere di leggere la sentenza che ha condannato Sabrina e Cosima Misseri al carcere a vita e all’isolamento in cella per sei lunghi mesi. Un verdetto duro, severo ma «limpido» che, secondo gli avvocati della difesa, serve ad accontentare l’opinione pubblica giustizialista e per la mamma di Sarah Scazzi è fonte di sollievo e insieme di grande amarezza. Innanzi tutto perché sua figlia non c’è più, la sua vita stroncata a soli quindici anni, e nessun verdetto potrà richiamarla in vita. E poi perché, almeno secondo i giudici, a strappare quel bocciolo biondo in fiore sono state persone che invece avrebbero dovuto proteggerla, la cugina e la zia, due donne delle quali Sarah si fidava ciecamente. Lo zio della ragazzina, Michele Misseri è stato, invece, condannato a otto anni di reclusione per concorso nella soppressione del cadavere. Stesso capo di imputazione contestato a Carmine Misseri e Cosimo Cosma, fratello e nipote di Michele e considerati suoi complici, che dovranno scontare sei anni in prigione.

Sono passati trentadue mesi da quel 26 agosto 2010. Era una torrida giornata di fine estate quando ad Avetrana, comune pugliese di settemila abitanti in provincia di Taranto, la quindicenne Sarah Scazzi scomparve. Inspiegabilmente. Le ricerche andarono avanti per quaranta giorni. Fino al 6 ottobre, quando lo zio della ragazzina, Michele Misseri, «confessò» durante un interrogatorio di averla uccisa e di aver buttato il suo corpo in un pozzo. Il giallo sembrava risolto. L’accusa esultò, dichiarando il caso chiuso «al 90-95 per cento». Ma la vicenda riservava una serie di colpi di scena che dovevano ingarbugliare il quadro probatorio e rendere più difficile individuare con certezza il colpevole. Il 15 ottobre, infatti, Misseri cambiò la sua versione, chiamando in causa la figlia Sabrina, cugina ma anche amica del cuore della vittima. E non fu il primo e unico «voltafaccia» di Michele che, alla fine, si «stabilizzò» con un’ennesima, nuova ricostruzione del delitto, tornando ad autoaccusarsi insistentemente del raccapricciante omicidio e attribuendosi ogni responsabilitá. Una «verità» che non convinse la procura. Per la pubblica accusa si trattò semplicemente dell’estremo tentativo di proteggere figlia e moglie ed evitar loro una pesante condanna. Misseri non puntò mai l’indice contro Cosima, che però finì in carcere il 26 maggio 2011 in seguito allo sviluppo autonomo delle indagini. Qualche giorno dopo il contadino, ormai ritenuto solo il «becchino» della ragazza, uscì dal penitenziario. Da allora è libero, con il solo obbligo della firma, e ha minacciato più volte di togliersi la vita se Cosima e Sabrina fossero state condannate.

Ma qual è il movente del delitto? Per l’accusa Sarah e Sabrina avevano litigato la sera del 25 agosto, un episodio che si può «leggere» nel diario della vittima, che non a caso la cugina avrebbe cercato di nascondere agli inquirenti. Una seconda lite ci sarebbe stata il giorno seguente in casa Misseri e madre e figlia avrebbero rincorso e riportato indietro Sarah, che stava tornando nella casa di via Deledda. E qui l’avrebbero strangolata. Insieme. Una la teneva e l’altra la uccideva. Per Sabrina la cugina era una rivale. Era fuori di sé per una confidenza su un rapporto sessuale interrotto tra l’imputata e Ivano, che la vittima avrebbe riferito al fratello Claudio e da quest’ultimo sarebbe stata «girata» a Ivano. Risultato: fine dei contatti tra Sabrina e Ivano. Per la difesa, le frasi di Sabrina erano un semplice rimprovero protettivo nei confronti della ragazzina. Non è dimostrata inoltre la tensione tra le due. La tristezza di Sarah era dovuta, anche secondo alcuni testimoni, all’assenza del fratello. E, comunque, una lite tra ragazzi non può essere l’origine di un delitto così efferato.

Ma quella di Avetrana è una storia che non finisce qui. Già si annuncia battaglia in secondo grado. E già, senza neppure attendere le motivazioni del verdetto, uno dei legali di Cosima Serrano, Franco De Jaco, finita la lettura del dispositivo ha commentato: «La sentenza verrà ribaltata totalmente». Ma è la puntata del «sequel» di una tragica telenovela giudiziaria che andrà in onda soltanto fra alcuni mesi.

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