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I quartieri operai bocciano il referendum per chiudere l’Ilva

Il quorum non è stato raggiunto. Nei quartieri operai i dati più bassi di partecipazione popolare.

I quartieri operai bocciano il referendum per chiudere l’Ilva

Ilva

Taranto – Il referendum consultivo sulla chiusura dell’Ilva promosso dal cartello delle associazioni ambientaliste joniche “Taranto Futura” e appoggiato dal M5S non ha raggiunto il quorum necessario (50,1%) a convalidarne l’esito. E proprio nei quartieri operai si sono registrati i dati più bassi di partecipazione popolare.

Questi i risultati definitivi della consultazione, costata 400mila euro alle casse comunali: ha votato il 19,55% (33.838 persone) degli aventi diritto; hanno detto “Sì” alla chiusura totale dello stabilimento” (primo quesito) 27.506 elettori (pari all'81,29%) e “No” 5.838 elettori (17,25%); 494 i voti non validi. Per la chiusura parziale della sola area a caldo che comprende gli impianti più inquinanti (secondo quesito) hanno votato “Sì” 31.335 elettori (pari al 92,62%) e “No” 1.792 cittadini (5,30%); 706 i voti non validi. Nel quartiere Tamburi, adiacente il siderurgico, solo il 14,57% dei cittadini ha espresso un voto sulle schede, mentre ancora più bassa è stata l’affluenza nel rione Paolo VI (meno del 10%), altra zona abitata i maggioranza dalle tute blu.

La battuta d’arresto del fronte favorevole alla chiusura dell’Ilva non è in discussione, ma i promotori del referendum restano su posizioni oltranziste. Per Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione Peacelink, «non è stato un flop. Trentaquattromila persone che vanno a votare sono la più grande mobilitazione che c'è mai stata a Taranto sulla questione dell'inquinamento Ilva. Ora talloneremo l'azienda sulle inadempienze dell'Aia. Sulla questione dei piombo nel sangue dei bambini scateneremo una campagna senza precedenti». Legambiente con una nota ha sottolineato come il siderurgico sia «compatibile con la città, ma solo a patto di un radicale risanamento degli impianti», e se non si procederà in questa direzione, resta presente il rischio chiusura. I sindacati, invece, sottolineano come adesso la

sfida sia quella dell’ambientalizzazione della produzione, secondo le disposizioni dell’Aia: «Avevamo giudicato inutile, improprio e surreale – ha spiegato il segretario nazionale della Fim Marco Bentivogli - un referendum sulla chiusura dell'Ilva. Il risultato è che un tarantino su cinque ha ritenuto superfluo partecipare. Se non ci fossero l'Aia e la legge 231/12 che obbligano alla sostenibilità, oggi i Riva interpreterebbero questo risultato come un consenso alla vecchia gestione. Ora bisogna mettere al bando la demagogia e il populismo che nel nostro paese hanno agevolato l'industrialismo ottocentesco e l'ambientalismo buono solo per i media ma nocivo per l'ambiente».

Intanto a Londra è terminata la terza udienza presso la Westmister Magistrates’ Court relativa alla richiesta di estradizione in Italia di Fabio Riva, già manager del gruppo siderurgico, destinatario di un mandato di arresto europeo per associazione per delinquere e disastro ambientale nell'ambito dell'inchiesta Ilva della Procura di Taranto. La prossima udienza, nella quale potrebbe essere stabilita la data del processo, è prevista il 17 giugno prossimo.

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