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Benvenuti nella terra dove chi sbaglia muore

AversaViaggio tra i ragazzi della città ferita dall’omicidio del giovane Emanuele Di Caterino Adolescenti divisi tra chi considera la criminalità unica legge e chi ha paura di Gomorra

AVERSA Girano in gruppetti. Mai dai soli. Parlano ad alta voce. Motorini e microcar invadono le strade. L’atmosfera sembra quella di ragazzi spensierati, che per la loro giovane età non pensano ad altro che a divertirsi quando escono da scuola. Trascorrono il pomeriggio nelle piazze e nelle vie della città, passano da un marciapiede e da un muretto all’altro. Ma dietro questa fotografia di minorenni che vivono ad Aversa si nascondono sentimenti ben differenti rispetto a ciò che può sembrare passeggiando nel cuore e nella periferia della città. Per molti di loro la parola d’ordine è silenzio. Non parlare. Non raccontare mai nulla di ciò che vedono. Fare branco, proteggersi e farsi proteggere. Ma da chi? Di certo non dalle forze dell’ordine. Ma da chi «comanda», da chi detta legge, da chi «scrive» le regole di vita facendo credere che tutto è lecito e che nessuno deve avere paura se si trova nei guai. Il punto di riferimento per molti giovani è infatti la criminalità: «La camorra ci protegge, non carabinieri e polizia, denunciare è inutile e pericoloso, meglio parlare con le persone "giuste"».

Il delitto del ragazzino di 14 anni, Emanuele Di Caterino, ammazzato con due coltellate vicino al cuore della città di Aversa da un giovane di 17 anni, ha spaccato in due il mondo giovanile. Da una parte chi preferisce l’omertà, il silenzio, i tanti «non conosco nessuno», «io non c’ero», dall’altra chi ha paura di uscire di casa per andare a prendere un gelato, a fare una passeggiata in via Roma, al centro di Aversa, dove ci sono boutique d’alta moda e tanti locali dove è possibile assaggiare dolci come la «polacca». Il timore maggiore di questi ragazzi è lo scambio di persona. «Dopo quello che è successo a Emanuele ho paura che mi confondano per qualcun altro, che si possano vendicare con me pensando che sia un’altra persona». Sì, perché il sentimento più diffuso è quello della vendetta per ciò che è successo al 14enne. Non solo. Molti giovani, che conoscevano o meno la vittima, hanno un solo pensiero: farla pagare a chi ha impugnato il coltello e ha tolto la vita a Emanuele. «Se non lo ammazzano in galera lo uccideranno appena esce - dice un ragazzo di 16 anni davanti alla scuola "Enrico Fermi" - Si è messo contro le persone sbagliate e se lo uccidono è normale». Un suo amico parla di politica per giustificare il suo sentimento: «Non credo nella politica perché lì in mezzo ci sono i camorristi e quindi è meglio rivolgersi subito a loro per risolvere i problemi, non credo che la giustizia possa fare giustizia, soltanto la camorra ci può riuscire».

Ad Aversa vengono effettuati molti investimenti, leciti e illeciti. È una città ricca e proprio per questo la malavita non esita ad aprire continuanmente attività commerciali, da bar a ristoranti, da locali a outlet. E proprio per questo, soprattutto nel fine settimana, vengono presi d’assalto i locali di via Seggio, la strada della movida aversana, dove è stato anche arrestato un boss dei casalesi che riscuoteva il pizzo dagli esercenti. Qui viene sequestratro un motorino al giorno a ragazzi che girano senza casco. E c’è un grido d’allarme che viene lanciato da operatori sociali, parroci e forze dell’ordine, rivolto ai genitori, che per primi devono educare: «Tutelate di più i ragazzi, evitate che compiano reati, insegnategli a indossare il casco, a tornare a casa la sera a 14 anni con voi e non con estranei». Accade spesso, infatti, che anziani della zona si mettano in tasca 10 euro per ogni ragazzino che accompagnano con la propria auto nei luoghi della movida per poi andarli a riprendere. E non quindi il papà e la mamma dei giovani, ma gente che ne approfitta per «arrotondare». E quei genitori che ogni giorni lottano proprio per trasmettere ai figli il principio di legalità devono fare invece i conti con i loro compagni di scuola legati invece a malviventi. «Il casco? È da sfigati, tanto se mi tolgono il motorino basta una telefonata e ne rimedio un altro».

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